PRIMO PIANO
10/06/2026
L’Europa ha bisogno di un titolo rifugio comune
Per oltre quindici anni il dibattito europeo sul cosiddetto ‘safe asset’: un titolo comune capace di rappresentare l’equivalente europeo dei Titoli del Tesoro (Tresaury) americani si è arenato nei bassi fondali della politica.

Per oltre quindici anni il dibattito europeo sul cosiddetto safe asset’: un titolo comune capace di rappresentare l’equivalente europeo dei Titoli del Tesoro (Tresaury) americani si è arenato nei bassi fondali della politica. Le soluzioni tecniche non sono mancate. Eurobond, Blue Bonds, ESBies, fondi garantiti dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), fino alle proposte più ambiziose di una Unione Fiscale. Eppure nessuna di queste proposte è riuscita a trasformarsi in realtà. La ragione è nel contempo semplice e scomoda: l’Europa non dispone ancora del livello di fiducia reciproca necessario per condividere pienamente rischi e debiti. Per questo motivo il problema non è soltanto di natura economica o finanziaria. È, innanzitutto, un problema di cornice politica. L’errore che spesso si compie nel dibattito pubblico consiste nel considerare il titolo europeo sicuro come il punto di partenza dell’integrazione. In realtà dovrebbe costituirne il punto di arrivo. Chiedere oggi agli Stati membri di accettare una mutualizzazione completa del debito equivale a pretendere che l’Unione compia in un solo salto un percorso che storicamente ha sempre affrontato per tappe successive. Il nuovo scenario geopolitico, tuttavia, sta cambiando le condizioni del confronto. L’aggressività delle grandi potenze, la frammentazione dell’ordine internazionale e la necessità di rafforzare la difesa europea stanno producendo una trasformazione significativa. Il ricorso al debito comune non viene più giustificato principalmente in nome della solidarietà tra Paesi, bensì dell’interesse reciproco. La sicurezza europea è il caso più evidente. Un sistema di difesa missilistica, una rete satellitare, infrastrutture energetiche integrate o capacità comuni di cybersicurezza non possono essere considerate beni nazionali. Sono beni pubblici europei. E, come tutti i beni pubblici, risultano più efficienti se finanziati e realizzati insieme piuttosto che attraverso ventisette programmi paralleli. L’Europa sta pagando un crescente costo della frammentazione. Duplicazioni, incompatibilità tecnologiche e spreco di risorse rendono spesso più onerosa la strada nazionale rispetto a quella comune. Anche per i Paesi che oggi beneficiano di bassi costi di finanziamento, la cooperazione potrebbe risultare economicamente vantaggiosa. Da questa consapevolezza nasce una proposta pragmatica: non costruire subito un safe asseteuropeo, ma creare prima le condizioni che possano renderlo possibile. Il primo passo sarebbe l’istituzione di un meccanismo permanente per finanziare beni pubblici europei strategici (*). Un gruppo di Stati volontari potrebbe costituire un veicolo comune incaricato di emettere obbligazioni destinate a investimenti in difesa, innovazione tecnologica e infrastrutture condivise. Non si tratterebbe ancora di mutualizzare il debito esistente né di introdurre garanzie congiunte. L’obiettivo sarebbe più modesto, ma anche più realistico: creare un mercato stabile, accumulare esperienza istituzionale e, soprattutto, costruire fiducia attraverso risultati concreti. Solo in una fase successiva si potrebbe passare ad una vera emissione di titoli europei sicuri, sostituendo gradualmente una parte del debito sovrano nazionale. A quel punto sarebbero necessarie regole fiscali più credibili, meccanismi automatici di disciplina e forme più avanzate di condivisione del rischio. In questo percorso la Germania resta l’attore decisivo. Non tanto perché sia indispensabile dal punto di vista contabile, quanto perché rappresenta il principale garante della credibilità finanziaria europea. Senza Berlino qualsiasi progetto nascerebbe più fragile e costoso. La questione, quindi, non è se la Germania sia favorevole oggi, ma se possano emergere domani le condizioni politiche per un suo consenso. I segnali di cambiamento esistono. La recente revisione del freno costituzionale al debito e il crescente sostegno di economisti e imprenditori tedeschi a investimenti comuni nella difesa indicano che il tradizionale paradigma dell’austerità sta evolvendo sotto la pressione della realtà geopolitica. Il vero insegnamento di questa proposta è che l’Europa non deve scegliere tra due estremi: l’Unione fiscale completa o l’immobilismo. Esiste una terza via, fatta di integrazione graduale, sperimentazione istituzionale e condivisione progressiva delle responsabilità. In fondo, la storia dell’integrazione europea è sempre avanzata così: non attraverso grandi balzi rivoluzionari, ma mediante compromessi che, nel tempo, hanno creato le condizioni politiche per obiettivi un tempo considerati irraggiungibili. Anche il safe asset europeo potrebbe nascere nello stesso modo. Non come il frutto di un improvviso momento federale, ma come il risultato di un percorso pragmatico che trasformi la fiducia da presupposto a conquista. Perché oggi l’Europa non ha bisogno soltanto di un nuovo strumento finanziario. Ha bisogno di dimostrare che può agire come una vera comunità di intenti.

(*) Dorrucci E, S. Rossi – From European public goods to a European safe asset: A pragmatic roadmap, cepr.org, June 01, 2026




Via Luigi Luzzatti 13/a - 00185 ROMA - Tel +39-06-7005110 - Fax +39-06-77260847 - [email protected]
2012 developed by digitalset digitalSet