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19/02/2026
Il Mercato Unico tradito dagli Stati membri
Da anni i Governi europei ripetono all'unisono che la bassa produttività è il grande problema dell’Unione Europea (UE). Ma quando bisognerebbe passare dalle parole ai fatti, sono gli stessi Stati membri a sabotare lo strumento più potente

Da anni i Governi europei ripetono all'unisono che la bassa produttività è il grande problema dell’Unione Europea (UE). Ma quando bisognerebbe passare dalle parole ai fatti, sono gli stessi Stati membri a sabotare lo strumento più potente di cui il vecchio continente dispone per crescere: il tanto bistrattato Mercato Unico. Un recente studio di Diego Cerdeiro e Lorenzo Rotunno pubblicato su voxeu.org  (*) lo dimostra senza ambiguità: il principale freno alla crescita delle imprese europee non è di natura tecnologica né finanziaria (come lascia intendere ad esempio il Rapporto Draghi), ma è politico. Il dato più eloquente fornito dallo studio è quello sulla dimensione delle imprese. Negli Stati Uniti, un’impresa matura risulta essere in media otto volte più grande di una giovane. Nell’UE la differenza è appena il doppio. Questa non è una diversità di natura culturale o manageriale: è il risultato di mercati frammentati lungo confini che dovrebbero essere economicamente irrilevanti. Quando un’impresa deve adattare etichette, imballaggi, procedure fiscali e autorizzazioni paese per paese, crescere oltre i confini nazionali diventa un azzardo, non una strategia. Sulla carta, la libera circolazione delle merci è uno dei pilastri dell’UE. Ma nei fatti, gli Stati membri hanno costruito un sistema di barriere sottili ma pervasive: fatte di requisiti nazionali divergenti, vincoli territoriali alla distribuzione, appalti pubblici implicitamente riservati ai produttori nazionali, infrastrutture transfrontaliere trascurate. Ognuna di queste scelte ci mancherebbe è giustificata come 'specificità nazionale'. Messe insieme però, producono un mercato europeo più frammentato di quanto si voglia ammettere. Le stime quantitative prodotte da Cerdeiro e Rotunno sono a dir poco impietose. Il commercio tra Paesi dell’UE incontra ostacoli equivalenti ad una tariffa commerciale del 40–45%. Nel confronto col nuovo continente risultano da due a tre volte superiori a quelli che separano gli Stati americani. Detto in altro modo, l’Europa si impone da sola costi che non accetterebbe mai da un partner commerciale esterno. È un autogol economico bello e buono che nessuna politica industriale, auspicata ad esempio nel ricordato Rapporto Draghi, potrà compensare. Eppure, i benefici potenziali secondo Cerdeiro e Rotunno sarebbero enormi. Ridurre le barriere interne al livello statunitense aumenterebbe la produttività europea di quasi il 6%. Se gli Stati membri smettessero di difendere rendite regolatorie e accettassero una vera integrazione dei mercati dei beni, del lavoro e dei capitali, il guadagno potrebbe arrivare al 20%. Numeri che fanno impallidire qualsiasi dibattito su sussidi, piani industriali o fondi europei. Il punto cruciale è che queste riforme non falliscono per carenza di strumenti giuridici, ma per mancanza di volontà politica. Gli Stati membri chiedono 'più Europa' quando si tratta di risorse comuni, ma tornano a voler essere gelosamente sovrani quando l’integrazione tocca regole, controlli e poteri nazionali. Così facendo, difendono interessi interni di breve periodo al prezzo di una stagnazione economica collettiva di lungo periodo. Finché i Governi nazionali continueranno a trattare il Mercato Unico come un compromesso reversibile anziché come un impegno vincolante, l’Europa resterà un’economia a metà: di grandi dimensioni sulla carta ma piccola nell’atto pratico. E la responsabilità di questa occasione mancata non potrà essere scaricata né su Bruxelles né sulla globalizzazione come di consueto, ma ricadrà direttamente sugli Stati membri.

(*) Cerdeiro D. A., L. Rotunno - EU barriers to scaling up: The case of fragmented product markets,  03 Feb 2026.




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