PRIMO PIANO
12/03/2021
Il proporzionale per la stabilità
L'identità non è definita dalle alleanze e nemmeno dal governismo ad ogni costo: occorre riportare al centro le culture politiche

Comprendo il senso di estraneità nei cittadini quando osservano i partiti ridotti a mera cassa di risonanza del capo, a luogo in cui i seguaci del leader si acconciano a ottenere i loro piccoli o grandi vantaggi personali rinunciando a esprimere le proprie convinzioni”. Ormai quasi quattro anni fa, nel suo “Contro venti e maree” (Il Mulino), evidentemente ancora segnato dallo scotto renziano, così scriveva Enrico Letta. Non lesinava in parresia, dall'autoesilio parigino a Sciences Po, l'allievo di Beniamino Andreatta. La critica era generale, ma certo pensava soprattutto al “suo” Pd. Quel Partito Democratico che oggi, alle prese con le conseguenze delle improvvise dimissioni dell'avatar di Goffredo Bettini travolto dalla decostruzione draghiana del quadro politico, lo richiama al proprio capezzale. Riproducendo in house il “metodo Draghi”, per costringersi all'unità (dilaniato dal correntismo e sempre meno capace di affrontare il nodo dell'identità). Il “partito del governo” si rivolge a colui che fu, prima con Monti e poi direttamente da Chigi, uno dei protagonisti delle rabberciate “larghe intense” (mai rinunciando alla retorica ulivista, colpevolmente, ha impedito che esse fossero generative di una riabilitazione della politica). Vedremo che accadrà, di certo farà bene a ricordare quanto ha recentemente sottolineato Gianni Cuperlo: “Da quindici anni non vinciamo una elezione politica, ma per oltre undici siamo stati al governo. Il pericolo è quello di fare del governo un fine e non un mezzo”. Si potrebbe far notare, con una punta di cattiveria, convergendo più con forze alla sua destra che perseguendo la “vocazione maggioritaria” che gli consentisse di attirare quanto sta alla sua sinistra.

Sul Partito Democratico rimane impressa come uno stigma, per altro, la celebre sentenza di Massimo D'Alema: “è un amalgama mal riuscito”.

La questione-partiti, allargando lo sguardo, è proprio centrale in questa fase in cui assistiamo al loro squagliarsi dopo essere scaduti a “mera cassa di risonanza” di leader che seguono gli umori e i sondaggi, smettendo di essere luoghi di militanza ed elaborazione conseguente a una cultura politica.

Il quadro lo ha ben reso Gaetano Quagliariello (“L'Occidentale”, 7 marzo): “Quel che oggi colpisce è che in questo tempo di sospensione, a differenza di ieri, le principali forze politiche sembrano tutte ripiegate su se stesse: incapaci di immaginare il futuro, impiegano questo tempo inscenando lotte intestine. In tal senso, ciò che sta succedendo nel Pd è solo la punta dell’iceberg. Certo, le vicende della “ditta” colpiscono particolarmente perché hanno portato alle dimissioni di un segretario e anche perché tra tutti i partiti italiani, per la sua storia, il Pd è forse quello la cui esistenza è meno legata a un particolare momento storico o a una battaglia specifica (come ad esempio l’immigrazione); ed è anche quello che fin qui - che le si condividano o meno, a seconda della propria visione del mondo - ha mostrato una maggiore capacità di esprimere politiche all’altezza delle situazioni. Ma, a ben vedere, questa dinamica di guerra domestica sta interessando il Movimento 5 Stelle, scisso tra l’area governativa e quella populista, e la stessa Lega, nella quale solo a tratti Salvini sembra riuscire a ricondurre a sé e alla sua leadership la strategia di lotta e di governo che più spesso viene declinata come competizione interna. Per non parlare di Forza Italia, dove addirittura sembrano essere nati il partito dei ministri e il partito dei sottosegretari, che non comunicano fra di loro e che vivono come corpi separati”.

La partitocrazia senza partiti, venefico portato del frontismo determinato dal maggioritario, sembra giunta al capolinea. O perlomeno a uno snodo. Bene sarebbe prendere atto che nulla più della mentalità bipolarista (e della sua degenerazione in bipopulismo) ha creato instabilità e trasformismo. Con buona pace anche dei cattolici antipopolari (nel senso di avversari di una presenza autonoma del popolarismo), Letta compreso, è forse il tempo di pensare a rimettere in campo uno strumento di stabilità: il proporzionale.

Marco Margrita
 




Via Luigi Luzzatti 13/a - 00185 ROMA - Tel +39-06-7005110 - Fax +39-06-77260847 - [email protected]
2012 developed by digitalset digitalSet