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02/01/2019
C’è poco da esultare
La legge di Bilancio approvata in extremis è la prova del nove che questo governo è alla mercé dei piccoli poteri forti che si contendono quel che resta dell’Italia

La legge di Bilancio approvata in extremis è la prova del nove che questo governo è alla mercé dei piccoli poteri forti che si contendono quel che resta dell’Italia. all’ombra delle sceneggiate xenofobe di Matteo Salvini e dell’ostentata debolezza del M5S è in corso una vera e propria resa dei conti.

La disputa sui poteri conculcati del Parlamento ha fornito una plastica dimostrazione di quello che sosteniamo nel momento in cui è divenuta palese la saldatura tra l’anima laica e laicissima della destra, in questa congiuntura impersonata dall’onorevole Guido Crosetto, e quella laica ed ormai laicissima di Matteo Renzi.

Calcoli che non ci riguarderebbero se non condizionassero pesantemente questo governo, nato con l’ambizione di cambiare tutto e destinato a peggiorare molto. Calcoli miopi perché ci si accapiglia per governare quel che presto potrebbe esser solo un cumulo di macerie.

Le misure approvate con la legge di bilancio del resto parlano da sole: reddito di cittadinanza e quota 100 sono le misure più qualificanti ed entrambe sono state sforbiciate dall’Europa, senza che si arrivasse a un ripensamento delle misure in termini di strategia economica.

Il problema nodale di queste misure non è se aiuteranno il governo a durare, magari con un vantaggio elettorale alle Europee: è che sembrano nate dal nulla, uscite dalla pancia del paese, generare dal malcontento, sono insomma due potenti sedativi e non misure in grado di avviare il volano della ripresa.

Quel che non ci convince non è la scelta in se ma il fatto che la manovra e con essa l’intera politica dell’esecutivo sia scollegata dal mercato del lavoro e della produzione. Il reddito di cittadinanza non pare il presupposto di un inserimento lavorativo e il dilazionare le pensioni non dialoga con la produttività né con la formazione di nuove generazioni di lavoratori, come potrebbe. Sono misure strutturali una tantum, nuova categoria di questa politica che sembra aver scordato tanto il passato quanto il futuro.

Lo stesso si può dire delle altre misure, dalla web tax ai condoni fiscali, ma pure la flat tax per gli autonomi non si inserisce in una strategia organica: riduce l’imposizione fiscale ma non ha quelle caratteristiche di universalità che ne farebbero una misura rivoluzionaria. Piuttosto un regalo condizionato da molti parametri incerti.

Il punto focale della nostra analisi non è tuttavia la destinazione dei “regali”, non sono neanche le scelte opinabili, opinabilissime in materia di editoria: è l’assenza di un disegno economico funzionale alla ripresa da tutti invocata. Pare ingenua la speranza del governo che possa ricevere un contributo reale dai percettori del reddito di cittadinanza o dai beneficiati della flat tax. Si mortificano i progetti infrastrutturali. Non si ascoltano le proposte delle categorie produttive.

Non si vedono misure che possano realmente far girare il volano. Probabilmente per questa ragione l’Europa non ha voluto essere più severa, limitandosi a contenere il danno di uno sforamento del deficit che alla fine potrebbe essere più grave non tanto per la bramosia spendacciona dei nuovi governanti quanto per la loro incapacità di governare la crescita del Paese.

In questo senso diventa vieppiù preoccupante la manfrina inscenata sul terzo settore, con un inasprimento fiscale prima annunciato e poi temperato (?) senza mai prendere coscienza della gravità di questo passo. Come l’Europa ha ormai assimilato la sfiducia verso il governo Conte, queste settimane è svanita ogni speranza del terzo settore di avere nel governo un interlocutore affidabile, se non un alleato. Sbaglia il ministro Tria ad esultare per aver donato lo spread. A parte che le aste dei Btp devono ancora dire l’ultima parola, questa manovra ha incrinato il rapporto di fiducia con il terzo settore, che si trova di fronte un esecutivo inconsapevole del ruolo che la società civile ha giocato in funzione anti crisi e potrebbe ancora giocare nei mesi che verranno. C’è poco da esultare.

 

Stefano Giordano




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