|
PRIMO PIANO

02/11/2026
Oltre il Pil: quando la vera ricchezza è vivere meglio
Vito Tanzi ci invita a ripensare il concetto di progresso, mettendo al centro il benessere delle persone, l’equità sociale e la sostenibilità ambientale
Vito Tanzi ci invita a ripensare il concetto di progresso, mettendo al centro il benessere delle persone, l’equità sociale e la sostenibilità ambientale. La crescita economica non è necessariamente sinonimo di benessere e un Paese più ricco non è, per questo, un Paese più felice. È questa la riflessione di fondo che attraversa il suo ultimo libro, in ordine di pubblicazione. Ne ha altri già pronti. Da quando è andato in pensione la sua produzione scientifica è lievitata. Tanzi, economista di fama internazionale è autore di una produzione letteraria particolarmente significativa, da tempo concentrata sui temi della gestione dei sistemi economici e delle politiche pubbliche. Il libro in questione non è una novità, considerato che si aggiunge ad una bibliografia sull’argomento che è andata ampliandosi nel tempo. La novità è l’approccio all’argomento che riflette la sua esperienza maturata nell’insegnamento, nella ricerca e nei ruoli dirigenziali avuti all’interno del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Questi ultimi lo hanno portato a sporcarsi le mani con le problematiche economiche di tutti i paesi membri del FMI. Con questo nuovo lavoro dal titolo: ‘GDP, Growth and Welfare. In Pursuit of Economic Wellbeing – Routledge (2026)’, Tanzi ci esorta a guardare oltre il Prodotto interno lordo (Pil), mettendo in discussione uno degli indicatori che per decenni ha rappresentato il principale parametro per valutare il progresso di una nazione. E nel farlo guida il lettore ad esplorare una bibliografia poco nota prodotta in anni non sospetti (negli anni ‘950). Il capostipite di queste analisi è senza dubbio: ‘Oskar Morgestern (1950, 1963), On the Accuracy of Economic Observation – Princeton University Press’. Tornando a noi. Siamo davvero sicuri che produrre e consumare sempre di più significhi vivere meglio? La risposta, suggerisce l'autore, non può essere scontata. Per lungo tempo l'aumento del Pil è stato abbinato al successo economico di un Paese: quando cresce, si parla di sviluppo; quando rallenta, si teme una crisi che potrebbe sfociare in una recessione (diminuzione del Pil). Eppure, dietro le statistiche della ricchezza possono nascondersi realtà ben diverse: povertà, precarietà abitativa, disuguaglianze profonde e difficoltà per una parte della popolazione persino a soddisfare i bisogni primari, per citarne solo alcune. La ricchezza, infatti, può aumentare senza tradursi in un miglioramento delle condizioni di vita per tutti, concentrandosi nelle mani di pochi e lasciando indietro fasce sempre più ampie della società. Il problema, dunque, non è la crescita economica in sé, ma la sua trasformazione nel tempo in un obiettivo di policy assoluto, da perseguire senza interrogarsi sui costi sociali e ambientali che ne derivano. Quando un'economia ha raggiunto livelli sufficienti a garantire condizioni di vita dignitose alla maggioranza dei cittadini, per Tanzi, diventa necessario ridefinire le priorità della politica economica. Non basta produrre di più: occorre distribuire meglio la ricchezza prodotta, rafforzare i servizi pubblici, ridurre le disuguaglianze e offrire a ciascuno concrete opportunità di realizzazione. In questa prospettiva, anche il ruolo del mercato deve essere ripensato. Lasciato a sé stesso, infatti, come già accertato da tempo non è in grado di assicurare automaticamente equità e sicurezza sociale. Sono necessarie Istituzioni capaci di trovare un equilibrio tra efficienza economica e giustizia distributiva, senza rinunciare agli incentivi individuali, ma garantendo a tutti condizioni minime di protezione e dignità. Un altro aspetto che va a braccetto riguarda la sostenibilità ambientale. Il cambiamento climatico, gli eventi meteorologici estremi e il progressivo consumo delle risorse naturali dimostrano quanto possa essere elevato il prezzo di una crescita senza limiti. La numerologia del Pil contempla implicitamente questa prospettiva critica, presentando un limite significativo: registra anche le attività economiche necessarie a ricostruire ciò che è stato distrutto o a riparare i danni provocati all'ambiente, ma non restituisce il valore delle risorse perdute né misura pienamente il costo umano e sociale di tali eventi. La riflessione del ‘nostro’ si estende anche alla dimensione individuale. Possedere più beni, abitare case più grandi ed aumentare continuamente i consumi non significa necessariamente essere più felici. Al contrario, la rincorsa al benessere materiale può accompagnarsi ad una progressiva riduzione del tempo libero, all'indebolimento delle relazioni personali ed a un crescente isolamento. La qualità della vita dipende anche dalla possibilità di coltivare rapporti umani, vivere serenamente, disporre del proprio tempo e partecipare attivamente alla vita comunitaria. Naturalmente e non va dimenticato, ripensare il modello di sviluppo non significa rinunciare alla crescita, alla produttività o all'innovazione. Sarebbe un errore marchiano. Significa, piuttosto, riconoscere che il Pil, pur rimanendo un indicatore importante, non può rappresentare l'unico metro di valutazione del successo economico e sociale. Accanto alla ricchezza prodotta occorre considerare la sua distribuzione, la qualità dei servizi pubblici offerti, la salute dell'ambiente, le condizioni di lavoro, l'accesso alle opportunità e il tempo che le persone possono dedicare alla propria vita. È proprio questo il messaggio centrale della riflessione di Tanzi: la politica economica deve tornare a interrogarsi sulle finalità ultime dello sviluppo. La crescita ha valore quando migliora concretamente la vita delle persone, quando i suoi benefici vengono condivisi e quando non compromette le possibilità delle generazioni future. Il libro offre così l'occasione per una riflessione che va ben oltre l'economia e investe il modello di società che vogliamo costruire. La domanda decisiva non è più soltanto quanto un Paese riesca a diventare ricco, ma come utilizzi la propria ricchezza e, soprattutto, a vantaggio di chi. Perché una nazione può crescere nei suoi indicatori economici e, contemporaneamente, impoverirsi sul lato umano, sociale e ambientale. La vera misura del progresso non dovrebbe essere soltanto ciò che una società produce, ma ciò che riesce a garantire ai propri cittadini in termini di dignità, sicurezza, opportunità e felicità. Una riflessione attuale e necessaria, che ci ricorda come il fine ultimo dell'economia non possa essere solo la ricchezza in sé, ma il benessere delle persone. In fondo, il progresso autentico non consiste nell'avere sempre di più, ma nell'avere le condizioni per vivere meglio.

|