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09/10/2026
La Francia e l’economia politica del malcontento: dai Gilet Gialli alle proteste studentesche

Il movimento dei Gilet Gialli (GG), nato in Francia alla fine del 2018 contro l’aumento del prezzo dei carburanti, rappresentò una delle più significative espressioni del disagio economico e sociale emerso negli ultimi anni.

Il movimento dei Gilet Gialli (GG), nato in Francia alla fine del 2018 contro l’aumento del prezzo dei carburanti, rappresentò una delle più significative espressioni del disagio economico e sociale emerso negli ultimi anni. La protesta partì dalle campagne, dalle piccole città e dalle periferie, dove l’automobile costituisce spesso uno strumento indispensabile per raggiungere il luogo di lavoro e accedere ai servizi. Vista la carenza dei mezzi di trasporto pubblici. L’aumento delle tasse sui carburanti, giustificato dal Governo Macron con motivazioni ambientali, fu percepito da molti cittadini come un ulteriore sacrificio imposto alle fasce sociali economicamente più deboli.
In breve tempo, tuttavia, la protesta andò oltre l’originaria questione fiscale. Alle richieste relative al prezzo dei carburanti si aggiunsero rivendicazioni sul salario minimo, sulle pensioni, sulla redistribuzione della ricchezza e sulla partecipazione democratica. Emersero soprattutto sentimenti di ingiustizia fiscale e sociale: una parte della popolazione riteneva di sostenere un peso crescente del carico fiscale attraverso le imposte dirette ed indirette mentre i gruppi economicamente più forti disponevano di maggiori alternative per ridurre il proprio carico fiscale.
 Una caratteristica fondamentale dei GG fu l’autonomia dai partiti e dai sindacati tradizionali. Le reti sociali favorirono una mobilitazione spontanea e politicamente eterogenea, capace di unire lavoratori, ceti medi impoveriti, autonomi e residenti nelle periferie. Questa eterogeneità costituì nel contempo la forza e il limite del movimento dei GG: consentì di raccogliere un consenso molto ampio, ma rese difficile incanalare il malcontento in un progetto politico unitario. La presenza di episodi di violenza e di espressioni xenofobe contribuì inoltre a rafforzare l’interpretazione della protesta come fenomeno riconducibile alla destra radicale. Una lettura esclusivamente politica, a nostro avviso, tuttavia, rischia di oscurare le profonde motivazioni economiche e sociali alla base della mobilitazione.
 La vicenda dei GG evidenziò infatti una frattura territoriale e sociale: da una parte le periferie, i lavoratori e i ceti popolari; dall’altra i settori maggiormente integrati nelle strutture economiche e istituzionali del Paese. Il problema non riguardava soltanto il livello della tassazione, ma la percezione della sua equità tra i contribuenti. Quando i cittadini ritengono che costi e benefici della crescita economica siano distribuiti in maniera diseguale, una questione apparentemente di natura tecnica, come quella fiscale, può trasformarsi in una crisi di legittimità politica.
 Questa dinamica aiuta a comprendere anche le successive trasformazioniall’interno dell’offerta politica francese. La crisi della sinistra tradizionale e la difficoltà di conciliare redistribuzione, intervento pubblico e vincoli imposti dall’Eurozona hanno lasciato spazio alla crescita della destra radicale. Il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen ha potuto combinare la critica all’integrazione europea, la richiesta di maggiore sovranità nazionale e la questione dell’immigrazione, trasformando il malcontento economico in una più ampia contestazione dell’ordine politicocostituito.
A distanza di quasi otto anni, la Francia sta vivendo una nuova ondata di protesta che presenta alcune analogie con quella dei GG, pur avendo protagonisti e rivendicazioni molto differenti. Dalla fine di settembre 2026 una mobilitazione partita dai licei della periferia parigina si è rapidamente estesa al resto del Paese. Gli studenti denunciano soprattutto la carenza di insegnanti, il sovraffollamento delle classi, il deterioramento delle strutture scolastiche, la mancanza di personale e condizioni di studio considerate incompatibili col diritto ad un’istruzione di qualità. Le proteste coinvolgono in particolare le aree socialmente più svantaggiate, ma hanno progressivamente raggiunto scuole di diversa estrazione sociale.
 La mobilitazione ha inoltre iniziato a coinvolgere gli studenti universitari, gli insegnanti, i genitori e le organizzazioni sindacali. Lo scorso 05 ottobre le principali organizzazioni studentesche e liceali hanno presentato una piattaforma comune composta da dieci richieste urgenti, mentre circa trenta sedi universitarie risultavano interessate da blocchi o mobilitazioni. Il 06 ottobre, invece, la protesta ha assunto dimensioni nazionali: secondo i dati ufficiali hanno partecipato alle manifestazioni circa 266.000 persone, mentre gli organizzatori hanno indicato una cifra vicina alle 450 mila.
 La nuova protesta introduce quindi un elemento particolarmente importante: il disagio economico viene espresso principalmente attraverso la questione dell’istruzione. Gli studenti non contestano soltanto le condizioni materiali delle scuole, ma anche le disuguaglianze nelle opportunità di formazione e le incertezze relative al proprio futuro. In questo senso, la mobilitazione può essere letta come una protesta contro una promessa di mobilità sociale che una parte dei giovani considera sempre meno credibile. Il problema dell’istruzione è divenuto in questo modo un catalizzatore tra disuguaglianza sociale, qualità dei servizi pubblici e paura di un futuro economicamente più precario.
 Anche la risposta dello Stato ripropone un tema già emerso con i GG: il rapporto tra ordine pubblico e diritto di manifestazione. Le proteste hanno prodotto episodi di violenza, incendi e danneggiamenti, ma anche numerosi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Migliaia di persone, in larga parte minorenni, sono state arrestate e alcuni giovani hanno riportato ferite molto gravi. Il 7 ottobre il Ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha sospeso l’impiego di alcune granate utilizzate dalla polizia dopo le polemiche provocate dalle lesioni subite da alcuni adolescenti.
 Il governo di Sébastien Lecornu si trova pertanto di fronte ad una protesta che non può essere ridotta alla semplice questione dell’ordine pubblico. La mobilitazione nasce da problemi concreti di finanziamento e di qualità dei servizi pubblici e si inserisce in un quadro di crescente difficoltàeconomica e finanziaria dello Stato. Proprio questa combinazione rende la situazione particolarmente delicata: aumentare gli investimenti nell’istruzione significa rispondere alle richieste dei giovani, ma implica anche reperire risorse in una fase caratterizzata da forti vincoli di bilancio.
Il confronto con l’esperienza dei GG permette quindi di individuare una continuità significativa. Nel 2018 il punto di partenza era il prezzo dei carburanti; nel 2026 sono le condizioni delle scuole e le prospettive dei giovani. In entrambi i casi, tuttavia, una questione concreta si trasforma rapidamente in una domanda più generale di giustizia sociale. La protesta nasce da un’esperienza quotidiana: il costo della mobilità ieri, la qualità dell’istruzione oggi, ma finisce per testare la capacità dello Stato francese di garantire nel contempo uguaglianza e protezione sociale.
La differenza principale riguarda invece i protagonisti. I GG rappresentavano soprattutto una parte delle classi popolari e dei ceti medi delle periferie e delle aree rurali; il movimento attuale è nato soprattutto tra gli adolescenti delle periferie urbane e si è progressivamente esteso agli studenti universitari e ad altri settori della società. In entrambi i casi, tuttavia, le periferie assumono un ruolo centrale come luoghi nei quali le disuguaglianze economiche diventano più tangibili. 
La Francia contemporanea appare dunque scossa da una forma persistente di malcontento sociale. La questione non è soltanto di natura economica, ma riguarda la fiducia nelle Istituzioni, nella distribuzione delle risorse e nella possibilità per le nuove generazioni di costruire un futuro migliore. Le proteste studentesche del 2026 mostrano che il conflitto sociale francese non si è esaurito con i GG: si è trasformato ed ha assunto nuove forme. Il fiume carsico del malcontento è riemerso
La razionalizzazione di quanto sta accadendo in questi giorni in Francia può quindi essere diversa da quella formulata per i GG. Se otto anni fa il principale rischio politico sembrava essere la trasformazione del malcontento fiscale in consenso per la destra radicale, oggi emerge anche un’altra possibilità di sbocco: la costruzione di una mobilitazione giovanile capace di riportare al centro del dibattito il ruolo dello Stato, la qualità dei servizi pubblici e la redistribuzione delle opportunità tra le generazioni. Rimane però sospesa la questione fondamentale: se le Istituzioni francesi non riusciranno a rispondere alle richieste di maggiore uguaglianza economica e sociale, il malcontento continuerà a rappresentare uno dei principali motori della radicalizzazione politica del Paese transalpino.






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