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28/07/2026
Il Governatore Fabio Panetta rilancia la lezione di Robert Mundell
Il più delle volte i discorsi dei Banchieri Centrali si occupano di inflazione, tassi di interesse e stabilità finanziaria. Altre volte (poche), invece, si interessano del futuro dell'Europa.
Il più delle volte i discorsi dei Banchieri Centrali si occupano di inflazione, tassi di interesse e stabilità finanziaria. Altre volte (poche), invece, si interessano del futuro dell'Europa. L'intervento con cui il Governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, ha aperto il Workshop in memoria di Robert Mundell alla LUISS (22-23 giugno 2026) appartiene decisamente alla seconda categoria. Il punto di partenza è il pensiero del premio Nobel di origini canadesi, padre della teoria delle aree valutarie ottimali, spesso ricordato soltanto per il contributo accademico che preparò il terreno all'Unione Monetaria Europea (UEM). Panetta sceglie però un'altra chiave di lettura: quella del Robert Mundell che, già nel 1969, sosteneva che una moneta europea dovesse nascere anzitutto per ragioni politiche. Un'affermazione che oggi appare persino più attuale di allora. La tesi è semplice quanto impegnativa: l'euro non è mai stato soltanto uno strumento economico. È stato il tassello di un progetto storico nato per rendere irreversibile la pace in Europa e costruire una sovranità condivisa. Valutare il successo della moneta unica esclusivamente attraverso la metrica della teoria economica significa quindi perderne la vera dimensione. Il ragionamento del Governatore arriva in un momento in cui l'Europa si trova nuovamente davanti a un bivio. La guerra ai suoi confini, la competizione tra grandi potenze, la frammentazione del commercio internazionale, la corsa all'intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie stanno modificando rapidamente gli equilibri geopolitici ed economici. In questo scenario, sostiene Panetta, la questione non è soltanto rendere più efficiente l'Eurozona, ma rafforzarne la capacità di garantire la sua autonomia strategica. La storia recente sembra confermare questa impostazione. Durante la crisi finanziaria globale del 2008 e la successiva crisi dei debiti sovrani del 2012, l'Europa reagì in ordine sparso. Le politiche fiscali furono spesso pro-cicliche, le divisioni tra Paesi frugali (del Nord) e cicale (del Sud) si accentuarono e la sopravvivenza stessa dell'euro venne messa in discussione. Ad evitare il peggio fu soprattutto la politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE), culminata nel celebre ‘whatever it takes’ pronunciato da Mario Draghi a Londra. L'esperienza della pandemia e della crisi energetica innescata dall'invasione russa dell'Ucraina ha raccontato invece una storia diversa. Per la prima volta, l'Unione Europea (UE) ha reagito con strumenti comuni, affiancando alla politica monetaria un'importante risposta fiscale attraverso il ‘Next Generation EU’ del quale ci siamo occupati in un precedente articolo. È stato il segnale che, quando la volontà politica prevale sulle divisioni nazionali, anche i limiti apparentemente invalicabili dell'integrazione europea possono essere superati. Ma proprio questa esperienza rende ancora più evidente ciò che manca. Panetta individua tre grandi priorità: 1) la crescita. L'Europa deve investire insieme nelle tecnologie strategiche, nella ricerca, nell'energia, nelle infrastrutture digitali, nell'intelligenza artificiale e nella difesa. La frammentazione dei mercati e delle politiche industriali non è più sostenibile in un mondo dominato da economie di scala continentali: II) la costruzione di una vera unione dei mercati dei capitali. L'Europa dispone di un enorme patrimonio di risparmio privato, ma continua a non riuscire a trasformarlo efficacemente in investimenti per l'innovazione. Per questo Panetta rilancia anche un tema da tempo presente nel dibattito europeo: la creazione di un'attività finanziaria sicura comune, garantita dagli Stati membri, capace di offrire profondità ai mercati e rafforzare il ruolo internazionale dell'euro; III) la sovranità monetaria digitale. Se negli anni Sessanta Robert Mundell vedeva nel predominio del dollaro il principale fattore di vulnerabilità europea, oggi la questione si estende alle infrastrutture dei pagamenti. Il progetto dell'euro digitale assume così un significato che va ben oltre l'innovazione tecnologica: diventa uno strumento per assicurare che la moneta pubblica continui a svolgere il proprio ruolo anche nell'economia digitale, riducendo la dipendenza da operatori e infrastrutture esterni all'Unione. È difficile a questo punto non cogliere il messaggio politico sotteso all'intervento del Governatore. L'integrazione europea non può più procedere esclusivamente attraverso le crisi, come auspicava Jean Monnet. In un contesto internazionale sempre più instabile, attendere la prossima emergenza significherebbe arrivare in ritardo. Servirebbe, invece, una capacità di iniziativa preventiva. Non è un caso che Panetta abbia scelto di chiudere richiamando un'esortazione pronunciata dallo stesso Mundell nel 1969: ‘È tempo che gli europei si sveglino’. Non è soltanto una citazione storica. È un invito rivolto ai governi dell'UE a riconoscere che la competitività economica, la sicurezza, l'autonomia tecnologica e la sovranità monetaria sono ormai aspetti della stessa sfida. La prolusione di Panetta, in fondo, contiene una convinzione precisa: l'euro ha dimostrato di saper resistere alle crisi, ma la sua piena maturità dipenderà dalla capacità dell'Europa di completare finalmente il progetto politico che lo ha generato. La moneta unica, da sola, non basta più. Ora tocca all'UE dimostrare di essere all'altezza della propria ambizione.

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