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18/07/2026
Il PNRR funziona
La sfida รจ non disperdere i risultati

Per anni il dibattito sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza(PNRR) è stato dominato da una domanda: i fondi europei stanno davvero cambiando l'economia italiana o rappresentano soltanto un'enorme operazione di spesa pubblica? Oggi, per la prima volta, iniziano ad arrivare evidenze empiriche che consentono di andare oltre le previsioni teoriche. L'analisi pubblicata dal CEPR e firmata da Dino Pinelli (*), consigliere della Direzione Generale Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea, offre una risposta che merita attenzione. Pur con tutte le cautele metodologiche, lo studio conclude che la Recovery and Resilience Facility’: il cuore finanziario del programma Next Generation EU’, ha prodotto effetti macroeconomici positivi in Italia, Spagna e Grecia, i tre Paesi che hanno ricevuto le maggiori risorse. Il dato più interessante è che l'impatto non si limita alla crescita del Pil. Anzi, è sul mercato del lavoro e soprattutto sugli investimenti che emergono i risultati più significativi. L'Italia, spesso descritta come il malato d'Europa, ha registrato nel 2025 un Pil reale superiore del 6,4% rispetto ai livelli pre-pandemia. Un risultato inferiore a quello di Spagna e Grecia, ma decisamente superiore a quello registrato dai Paesi dell'Eurozona che hanno beneficiato in misura molto più limitata dei fondi del Recovery. Ancora più significativa è la dinamica dell'occupazione: le ore lavorate sono aumentate di oltre l'8% rispetto al 2019, contro appena il 2,6% del gruppo di controllo. Sono numeri che raccontano una realtà diversa da quella spesso rappresentata nel dibattito politico italiano. L'elemento probabilmente più importante riguarda però gli investimenti. Dopo la crisi finanziaria del 2008 l'Italia aveva sperimentato un lungo periodo di sottoinvestimento che aveva progressivamente eroso la capacità produttiva del Paese. Questa volta lo scenario è differente. Gli investimenti, pubblici e privati, sono cresciuti in misura significativa, senza l'effetto di spiazzamento che molti economisti temevano. La mera sostituzione di investimenti pubblici a quelli privati non c’è stata. Al contrario, gli investimenti pubblici finanziati dal PNRR sembrano aver stimolato anche quelli delle imprese. È precisamente questo il meccanismo attraverso cui un programma di investimenti pubblici può incidere sul potenziale di crescita di un'economia.Naturalmente lo studio non sostiene che tutto il merito sia del PNRR. Gli stessi autori sottolineano che non si tratta di una dimostrazione causale, ma di un'analisi comparativa basata su scenari controfattuali. Parte della ripresa è spiegata anche dal rimbalzo successivo alla pandemia, dalle politiche monetarie della BCE e da fattori specifici dei singoli Paesi. Tuttavia, proprio perché l'analisi utilizza criteri prudenti, il quadro che emerge appare difficilmente liquidabile come una semplice coincidenza.Esistono però anche elementi di cautela. L'Italia continua a mostrare il suo storico punto debole: la produttività totale dei fattori (TFP), cioè la capacità del sistema economico di produrre di più utilizzando meglio capitale e lavoro. Gli investimenti stanno aumentando, ma i benefici delle riforme della pubblica amministrazione, della giustizia e del sistema educativo richiederanno anni prima di manifestarsi pienamente. È il motivo per cui le prospettive di crescita di lungo periodo restano più fragili rispetto a quelle della Spagna. In altre parole, il PNRR ha rafforzato il capitale fisico dell’Italia; ora deve dimostrare di saper trasformare quel capitale in maggiore produttività. Il messaggio politico che emerge dall’analisi firmata da Dino Pinelli è altrettanto rilevante. Per la prima volta un grande strumento fiscale europeo sembra mostrare effetti misurabili non solo sul sostegno congiunturale, ma anche sul rafforzamento strutturale delle economie beneficiarie. Se questi risultati saranno confermati da studi econometrici più sofisticati, il Recovery Fund potrebbe diventare il precedente più importante nella costruzione di una futura politica fiscale comune europea. Per l'Italia ciò significa anche superare una narrazione spesso polarizzata. Da una parte chi ha dipinto il PNRR come la soluzione a tutti i problemi del Paese; dall'altra chi lo ha considerato un gigantesco spreco destinato ad aggravare il debito pubblico. La realtà, come spesso accade in economia, è più complessa ma anche più incoraggiante. Le risorse europee sembrano aver prodotto effetti concreti. Ma questi risultati non sono irreversibili. La crescita del potenziale economico dipenderà dalla capacità di completare le riforme, mantenere elevato il livello degli investimenti e affrontare nodi strutturali come il calo demografico e la stagnazione della produttività. Il PNRR, insomma, non rappresenta il punto di arrivo, bensì il punto di partenza. Ha dimostrato che investimenti mirati, accompagnati da riforme, possono cambiare il percorsodinamico di un'economia. La vera sfida sarà trasformare questa eccezione in una strategia permanente di politica economica.Perché il successo del Recovery Fund non si misurerà soltanto nella velocità con cui saranno spesi i fondi europei, ma nella capacità dell'Italia di continuare a crescere anche quando quei fondi non ci saranno più.

(*) Pinelli D. – The macroeconomic impact of the Recovery and Resilience Facility: An analysis for Italy, Spain and Greece, VoxeuColumn, 14 Jul 2026.




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