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01/07/2026
Il lavoro di qualità come nuova frontiera della politica economica
Per molti anni il dibattito economico si è concentrato su come redistribuire la ricchezza prodotta dal mercato. Oggi, secondo Dani Rodrik, la domanda decisiva è diversa: come creare un sistema economico che generi

Per molti anni il dibattito economico si è concentrato su come redistribuire la ricchezza prodotta dal mercato. Oggi, secondo Dani Rodrik, la domanda decisiva è diversa: come creare un sistema economico che generi, fin dall'origine, lavoro di qualità e opportunità diffuse? È attorno a questo cambio di prospettiva che ruota una delle riflessioni più interessanti sulla riforma del capitalismo e sul futuro delle democrazie occidentali. Nel suo recente libro: 'Shared Prosperity in a Fractured World', Rodrik parte da un presupposto tanto semplice quanto impegnativo: una democrazia stabile ha bisogno di una classe media ampia e dinamica. Quando il lavoro diventa precario, mal retribuito e privo di prospettive, non si indebolisce soltanto il potere d'acquisto delle famiglie, ma anche il senso di appartenenza alla comunità e la fiducia nelle istituzioni democratiche. Il tema centrale diventa allora quello dei lavori dignitosi: occupazioni capaci di offrire non solo un reddito adeguato, ma anche stabilità, formazione continua, possibilità di crescita professionale e riconoscimento sociale. Il lavoro non rappresenta semplicemente un fattore produttivo, bensì il principale strumento di inclusione economica e civile. La chiave essenziale di Papa Giovanni Paolo II nella Laborem Excersens. Questa impostazione si collega direttamente alle riflessioni sviluppate da Rodrik insieme a Stefanie Stantcheva sulla necessità di ripensare il ruolo dello Stato. I due economisti distinguono tre momenti nei quali può intervenire la politica economica: i) prima della produzione: rafforzando le dotazioni iniziali delle persone attraverso istruzione, competenze e capitale sociale; ii) dopo la produzione, mediante gli strumenti tradizionali della redistribuzione fiscale e del welfare; e iii) durante il processo produttivo, orientando le decisioni delle imprese attraverso politiche industriali, regolazione del mercato del lavoro, innovazione e concertazione. È proprio la necessità di quest'ultimo intervento che Rodrik considera oggi decisiva. Secondo questa visione, le tradizionali politiche redistributive non sono più sufficienti a correggere le disuguaglianze generate da un'economia globalizzata e caratterizzata da profonde trasformazioni tecnologiche. Occorre intervenire a monte, nei luoghi in cui si formano salari, competenze, investimenti e opportunità occupazionali. È il principio della cosiddetta pre-distribuzione: ridurre le disuguaglianze prima che si manifestino, anziché limitarne gli effetti successivamente. Naturalmente questa impostazione non è priva di critiche. Alcuni economisti ritengono che attribuire allo Stato un ruolo così incisivo durante il processo produttivo rischi di trasformare la politica economica in una forma di eccessivo condizionamento delle decisioni imprenditoriali. Anche l'idea che l'innovazione tecnologica produca esternalità tali da giustificare continui interventi pubblici viene contestata da chi considera la sostituzione di tecnologie e competenze obsolete una normale manifestazione del funzionamento del mercato, capace di orientare nuovi investimenti e nuovi percorsi formativi senza bisogno di una costante cabina di regia pubblica. Il confronto resta quindi aperto. Da un lato vi è chi privilegia l'equità distributiva attraverso trasferimenti e sostegni al reddito; dall'altro chi insiste soprattutto sul rafforzamento delle opportunità iniziali mediante istruzione, capitale umano e innovazione. Rodrik prova a superare questa contrapposizione, sostenendo che la vera sfida consiste nel migliorare direttamente la qualità della struttura produttiva, affinché siano le imprese stesse a generare occupazione migliore. Questa prospettiva appare particolarmente rilevante anche per l'Europa. Il dibattito comunitario, rilanciato dal Rapporto Draghi, mette al centro la competitività del sistema produttivo. Ma competitività e inclusione sociale non sono necessariamente obiettivi alternativi. Possono diventare complementari se la crescita viene orientata verso investimenti capaci di aumentare non solo la produttività, ma anche la qualità del lavoro, soprattutto nei servizi avanzati, nella cura della persona, nella sanità, nell'istruzione e nelle nuove tecnologie. La manifattura difficilmente tornerà a svolgere il ruolo occupazionale del passato. Per questo Rodrik invita a concentrare gli sforzi sulla modernizzazione dei servizi, oggi spesso caratterizzati da bassi salari e scarsa produttività. Investire in competenze, innovazione organizzativa e qualità dell'occupazione significa rafforzare contemporaneamente crescita economica e coesione sociale. Il messaggio finale va oltre la politica economica. Se il lavoro rappresenta il principale fattore di integrazione nella società, allora la sua qualità diventa anche una questione democratica. Difendere la democrazia non significa soltanto preservare le Istituzioni, ma creare le condizioni affinché un numero crescente di cittadini possa costruire il proprio futuro attraverso un'occupazione stabile, qualificata e dignitosa. In questa prospettiva, la proposta di Dani Rodrik non offre una soluzione definitiva ai problemi del capitalismo contemporaneo, ma indica una direzione di marcia: spostare l'attenzione dalla semplice redistribuzione della ricchezza alla costruzione di un sistema produttivo capace di generare prosperità condivisa fin dalla sua origine.

 




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