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25/06/2026
La Francia al bivio: dalle fratture storiche all’ascesa del nazionalismo europeo
A meno di un anno dalle elezioni presidenziali del 2027, la Francia si trova di fronte ad una delle scelte più importanti della sua storia recente.

 A meno di un anno dalle elezioni presidenziali del 2027, la Francia si trova di fronte ad una delle scelte più importanti della sua storia recente. L’ipotesi di una vittoria del Rassemblement National (RN) all’Eliseo non appartiene più alla fantapolitica: è una possibilità concreta, alimentata da anni di malessere economico e sociale e da una crescente sfiducia verso le forze politiche tradizionali. Per comprendere davvero la portata di questo scenario, tuttavia, non basta limitarsi all’analisi dell’attualità. Occorre guardare più in profondità, alle dinamiche strutturali che da decenni modellano il comportamento elettorale delle democrazie europee. Già osservando le elezioni presidenziali francesi del 2022 emergeva un quadro apparentemente chiaro. Emmanuel Macron riuscì a ottenere una vittoria relativamente solida contro Marine Le Pen, ma dietro il successo del presidente uscente si nascondeva una realtà più complessa. La candidata del Rassemblement National aumentò di circa due milioni i propri voti rispetto al 2017, mentre Jean-Luc Mélenchon sfiorò l’accesso al secondo turno raccogliendo quasi il 22% dei consensi. La lettura più diffusa di quel risultato individuava due grandi fratture: quella territoriale tra grandi aree urbane e periferie, e quella sociale tra gruppi economicamente favoriti e categorie che si percepiscono escluse dai benefici della crescita. Un’interpretazione corretta, ma non particolarmente innovativa. In realtà, queste divisioni sono note alla scienza politica da oltre mezzo secolo. Il politologo norvegese Stein Rokkan le aveva già descritte attraverso la teoria delle cleavage, secondo cui il sistema politico europeo è strutturato intorno a quattro grandi fratture storiche: i) centro-periferia, ii) Stato-Chiesa, iii) città-campagna e iv) lavoratori-datori di lavoro. Queste contrapposizioni non sono fenomeni temporanei, ma il prodotto di processi storici profondi: la formazione dello Stato moderno, la Riforma religiosa, la Rivoluzione francese e la Rivoluzione industriale. Per questo motivo tendono a ripresentarsi nel tempo con una sorprendente continuità. Non sorprende quindi che la geografia elettorale della Francia contemporanea presenti forti somiglianze con quella di decenni fa. Le mappe del voto mostrano infatti una notevole stabilità territoriale, segno che le grandi fratture individuate da Rokkan continuano a esercitare la loro influenza. Anche il tema della “frattura sociale”, spesso presentato come una novità del dibattito politico contemporaneo, era già al centro della campagna presidenziale di Jacques Chirac nel 1995. In altre parole, i conflitti che oggi alimentano il consenso verso il populismo non sono nuovi. Ciò che è cambiato è la loro intensità politica. La domanda allora diventa un’altra: perché queste fratture storiche sono diventate così determinanti proprio negli ultimi vent’anni? Una possibile risposta emerge dall’incrocio tra la teoria della ‘scelta pubblica’ e le analisi economiche sul rallentamento strutturale della crescita della produttività nelle economie avanzate. Nel secondo dopoguerra gli Stati occidentali hanno ampliato enormemente il proprio raggio d’azione. Allo stesso tempo, una crescita economica sostenuta dall’innovazione tecnologica e dall’aumento della produttività ha consentito un miglioramento costante delle condizioni di vita. Questo processo ha prodotto due effetti paralleli: da un lato l’espansione del welfare e delle funzioni pubbliche; dall’altro una crescita continua delle aspettative dei cittadini. Per decenni il sistema ha funzionato. Ma oggi le condizioni che lo rendevano possibile si sono profondamente modificate. La crescita della produttività nelle economie mature si è ridotta rispetto ai livelli del dopoguerra e molti Stati sembrano aver raggiunto un livello di complessità amministrativa che rende sempre più difficile espandere ulteriormente i servizi pubblici senza compromettere l’efficienza complessiva del sistema. In altre parole, le aspettative dei cittadini continuano a essere calibrate sui ritmi di miglioramento del passato, mentre la capacità effettiva delle economie occidentali di generare nuova ricchezza procede a una velocità molto inferiore.Nasce così una frustrazione strutturale. I governi tradizionali, consapevoli dei vincoli economici esistenti, faticano a promettere cambiamenti radicali. I movimenti populisti, invece, possono presentarsi come gli unici interpreti di un malcontento diffuso, offrendo soluzioni semplici a problemi estremamente complessi.A questo quadro si sono aggiunti due shock che hanno ulteriormente alimentato il disagio: la crisi finanziaria globale del 2008 e la successiva crisi migratoria. Anni di crescita debole e stagnazione dei redditi hanno aumentato la percezione di insicurezza economica. Contestualmente, l’arrivo di consistenti flussi migratori ha accentuato la sensazione, soprattutto tra le fasce più vulnerabili della popolazione, di una competizione crescente per risorse percepite come limitate: lavoro, welfare, servizi pubblici e sicurezza. È in questo contesto che si inserisce l’ascesa del RN. Ridurre il fenomeno a una semplice ondata ideologica sarebbe un errore. Una parte significativa del suo elettorato non vota necessariamente per adesione ai principi del nazionalismo, ma perché non ritiene più credibili le risposte offerte dalle forze moderate. Tuttavia, proprio perché la Francia non è un Paese qualunque, le conseguenze di un’eventuale vittoria del RN andrebbero ben oltre i suoi confini nazionali. La Francia è una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e uno dei principali motori dell’integrazione europea. Jordan Bardella ha lavorato per rendere il partito più presentabile e compatibile con il governo. Eppure permangono posizioni che mettono in discussione alcuni pilastri del progetto europeo: dalla libera circolazione delle persone al rapporto tra diritto nazionale e diritto comunitario, fino alle politiche di difesa e al sostegno all’Ucraina. Il rischio più concreto non sarebbe necessariamente una rottura traumatica con Bruxelles, ma una progressiva paralisi decisionale dell’Unione Europea. In un contesto internazionale dominato dalla competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia, una Francia orientata verso una maggiore chiusura nazionale potrebbe rallentare o bloccare molte delle iniziative necessarie a rafforzare il peso geopolitico europeo. La vera questione, dunque, non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni francesi. Riguarda la capacità delle democrazie occidentali di affrontare il divario crescente tra aspettative sociali e possibilità economiche. Se questo divario continuerà ad ampliarsi, il consenso verso le forze populiste è destinato a crescere. E il rischio non è soltanto una diversa alternanza politica, ma l’ingresso in una spirale caratterizzata da maggiore spesa pubblica improduttiva, deficit permanenti, crescita stagnante e inflazione strutturale, dinamiche che la storia economica ha già mostrato in numerosi contesti. La Francia rappresenta oggi il laboratorio più importante di questa trasformazione. Ma il problema riguarda l’intero Occidente. La sfida non consiste semplicemente nel fermare il populismo. Consiste nel ricostruire un modello di crescita, innovazione e mobilità sociale capace di riallineare le aspettative dei cittadini alle possibilità reali delle economie avanzate. Se ciò non accadrà, la vittoria dei movimenti nazionalisti e anti-establishment non sarà un incidente della storia. Sarà il risultato prevedibile di una crisi di fiducia che le democrazie europee non sono riuscite a risolvere.




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