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13/06/2026
La Federal Reserve e la BCE allo specchio
Le due sponde dell’Atlantico stanno affrontando, ancora una volta, lo stesso nemico: l'inflazione ma da posizioni radicalmente diverse.
Le due sponde dell’Atlantico stanno affrontando, ancora una volta, lo stesso nemico: l'inflazione ma da posizioni radicalmente diverse. E proprio questa asimmetria rende evidente quanto la politica monetaria, oggi più che mai, non sia una semplice applicazione di regole tecniche, ma un esercizio di equilibrio tra economia, aspettative e politica. In Europa, la Banca Centrale Europea (BCE) si prepara ad un rialzo dei tassi in un contesto che, a prima vista, lo renderebbe paradossale. La crescita dell’Eurozona resta debole, la Germania continua a oscillare tra stagnazione e recessione e la domanda interna non mostra segnali di particolare vivacità. Eppure, la BCE si muove comunque verso una stretta monetaria. Non perché voglia raffreddare un’economia surriscaldata, che non c’è, ma perché vuole evitare di ripetere un errore che ha segnato profondamente la sua recente storia: aver sottovalutato la durata e la natura dell’ondata inflazionistica dopo la pandemia. Lo scotto del 2021-2022 pesa ancora sulle decisioni di Francoforte sul Meno. Allora l’inflazione venne inizialmente interpretata come un fenomeno transitorio, legato a strozzature dal lato dell’offerta ed allo shock energetico successivo al conflitto russo-ucraino. I tassi d’interesse rimasero fermi troppo a lungo, e quando la realtà smentì quella lettura, la BCE fu costretta ad una stretta rapida e violenta, con una sequenza di rialzi che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento negativo per la sua credibilità. È proprio per evitare una nuova rincorsa che oggi l’Istituzione guidata da Christine Lagarde sembra preferire un’azione preventiva, quasi simbolica: un rialzo che conta meno per i suoi effetti immediati sull’economia e più per il segnale che trasmette ai mercati. Quel messaggio è chiaro: la BCE non intende permettere che un nuovo shock energetico si trasformi in unainflazione persistente. L’aumento recente del prezzo del petrolio e la risalita dell’inflazione nell’Eurozona rafforzano questa prudenza. Ma la scelta resta intrinsecamente paradossale. La BCE si trova infatti a stringere la corda in un’economia che non chiede una restrizione monetaria, ma piuttosto stabilità e sostegno alla crescita. Il rischio, dunque, è quello di comprimere ulteriormente una domanda aggregata già fragile, in un contesto in cui le cause dell’instabilità dei prezzi non sono tanto interne quanto geopolitiche ed energetiche. Dall’altra parte dell’Atlantico, la Federal Reserve (Fed) si muove lungo una traiettoria diversa, ma non meno complessa. L’economia statunitense continua a mostrare una sorprendente resilienza: il mercato del lavoro è solido, la disoccupazione resta bassa e la crescita è sostenuta sia dalla politica fiscale che dall’entusiasmo degli investimenti legati all’intelligenza artificiale. In questo contesto, il problema non è la debolezza della domanda aggregata, ma semmai il suo eccesso relativo rispetto a una capacità produttiva che fatica a tenere il passo senza generare pressioni sui prezzi. L’inflazione americana, dopo una fase di rallentamento, ha ripreso vigore, alimentata anche dai rincari energetici e dalle tensioni geopolitiche. Ma a differenza dell’Europa, qui il rischio principale non è la stagnazione, bensì il consolidamento di aspettative inflazionistiche elevate. È questo il vero banco di prova per la Fed: evitare che famiglie e imprese inizino a considerare normali aumenti persistenti dei prezzi, rendendo molto più costoso il successivo rientro dell’inflazione. In questo quadro, la posizione della Fed assume anche una dimensione istituzionale delicata. Il nuovo corso della Banca Centrale a guida Kevin Warsh si trova infatti a dover bilanciare dati macroeconomici ancora solidi con le pressioni politiche di un’Amministrazione che preferirebbe una politica monetaria più accomodante. Ma la credibilità della Fed si fonda proprio sulla sua capacità di resistere a queste pressioni. E se l’economia continua a espandersi e l’inflazione resta sopra l'obiettivo del 2%, la direzione più probabile non è un allentamento, ma il mantenimento se non addirittura il rafforzamento della stretta monetaria. Il confronto tra BCE e Fed evidenzia così due dilemmi speculari. In Europa la politica monetaria rischia di essere troppo restrittiva rispetto allo stato dell’economia reale, ma viene giustificata dalla necessità di preservare la credibilità e di prevenire nuovi shock inflazionistici. Negli USA, invece, la politica monetaria rischia di essere troppo accomodante rispetto alla forza dell’economia, e deve quindi difendersi dalle pressioni politiche e dal pericolo di un’inflazione che si autoalimenta. In entrambi i casi, il tema centrale non è più soltanto il livello dei tassi, ma la gestione delle aspettative. Le Banche Centrali moderne non combattono solo l’inflazione presente, ma soprattutto quella attesa. È su questo terreno, invisibile ma decisivo, che si gioca la loro credibilità. E tuttavia, in controluce, emerge anche un limite comune. Sia la BCE sia la Fed si trovano ad intervenire su fenomeni che hanno origini solo parzialmente monetarie. Le tensioni energetiche, le fragilità geopolitiche e le trasformazioni strutturali dell’economia globale: dalla transizione energetica all’intelligenza artificiale, influenzano prezzi e crescita in modi che la politica monetaria può solo attenuare, non risolvere. Il rischio, per entrambe le Istituzioni monetarie, è quello di divenire il punto di compensazione di squilibri che nascono altrove. La BCE è chiamata a stabilizzare un’Europa esposta agli shock energetici senza disporre degli strumenti per ridurne la dipendenza. La Fed deve, invece, governare un’economia dinamica che rischia di surriscaldarsi anche per effetto di politiche fiscali espansive e trasformazioni tecnologiche accelerate. In questo senso, i due casi raccontano la stessa verità da prospettive diverse: la politica monetaria è sempre meno sufficiente da sola. Può correggere, rallentare, orientare le aspettative. Ma non può sostituire scelte strutturali che appartengono alla politica economica, industriale ed energetica.Ed è forse proprio qui che BCE e Fed, pur così diverse nelle loro condizioni di partenza, finiscono per convergere. Entrambe si muovono in un mondo in cui il compito delle Banche Centrali è divenuto più difensivo che guida: non tanto pilotare la crescita, quanto evitare che le crisi: economiche o politiche, si trasformino in instabilità permanente.

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