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30/05/2026
Immigrazione in Europa: il vero problema non è entrare, ma salire con l'ascensore sociale
Per anni il dibattito europeo sull’immigrazione si è consumato quasi esclusivamente attorno ai numeri: i) quante persone arrivano,

Per anni il dibattito europeo sull’immigrazione si è consumato quasi esclusivamente attorno ai numeri: i) quante persone arrivano, ii) da dove provengono, e iii) e quanto e come impattanosui sistemi di welfare. Attualmente, però, la questione centrale è divenuta un’altra. Non basta più chiedersi quanti migranti entrano. Bisogna comprendere come vivono, come lavorano e come prosperano all’interno delle società europee. Il nuovo rapporto del CEPR firmato dagli economisti Tommaso Frattini e Anissa Bouchlaghem (*) offre una fotografia chgiara e, per certi versi, scomoda: l’integrazione economica degli immigrati in Europa è migliorata negli ultimi dieci anni, ma non abbastanza da colmare il divario coi cittadini nativi. Insomma è un progresso reale, mache resta incompleto. Una convergenza promessa, ma ancora lontana. I dati disponibili ci raccontano una trasformazione ormai strutturale. Nel 2024 gli immigrati rappresentavano circa il 13% della popolazione dell’Unione Europea (UE) e nei principali Paesi dell’Europa occidentale una persona su sei è nata all’estero. Non si tratta più di una presenza marginale o temporanea: l’immigrazione è divenuta parte integrante del mercato del lavoro europeo e della sua sostenibilità futura. Questo avviene soprattutto in società europee che invecchiano rapidamente e soffrono dicarenze croniche di manodopera. Eppure, nonostante questo ruolo crescente degli intervenuti, l’Europa continua ad utilizzare male il capitale umano migrante che arriva. Gli immigrati oggi sono mediamente più istruiti rispetto al passato, lavorano di più e occupano con maggiore frequenza posizioni qualificate rispetto al 2015. Ma anche i lavoratori autoctoni hanno migliorato le proprie condizioni, ed il risultato è che il divario relativo tra di loro resta sostanzialmente invariato. Il tasso di occupazione dei migranti continua a essere inferiore di circa dieci punti percentuali rispetto a quello dei nativi europei. Il problema, però, non riguarda soltanto l’accesso al lavoro. Riguarda soprattutto la qualità del lavoro. Troppi migranti altamente qualificati finiscono intrappolati in occupazioni a bassa specializzazione, spesso lontane dalle proprie competenze e dal proprio percorso di studi. È il fenomeno che gli studiosi definiscono 'brain waste': spreco di capitale umanoimportato. Medici che guidano taxi, ingegneri impiegati nella logistica, laureati relegati a mansioni elementari. Una perdita enorme non solo per gli individui coinvolti, ma per l’intera economia europea. Le cause tra gli addetti ai lavori sono note da tempo: il mancato riconoscimento dei titoli di studio ottenuti all’estero, le difficoltà linguistiche, l’accesso limitato alle professioni regolamentate, le reti professionali chiuse ed, in alcuni casi, la discriminazione. Barriere che colpiscono soprattutto i migranti provenienti da Paesi extra-UE. Qui emerge il grande equivoco delle politiche europee di integrazione. Per anni il successo è stato misurato quasi esclusivamente sulla base dell’occupazione: trovare 'un lavoro' sembrava sufficiente. Ma avere un lavoro non significa essere davvero integrati. Se un lavoratore qualificato resta confinato permanentemente in occupazioni sottopagate e prive di prospettive, l’integrazione rimane incompleta e fragile. La sfida, dunque, è la mobilità sociale e professionale che latita. Non basta favorire il primo ingresso nel mercato del lavoro; occorre creare percorsi che consentano ai migranti di avanzare, valorizzare le proprie competenze e contribuire pienamente alla produttività del vecchio continente. Questo tema riguarda direttamente il futuro economico europeo. In un’Europa sempre più anziana e con una forza lavoro in contrazione, l’immigrazione non può essere considerata soltanto una questione di sicurezza o di emergenza politica. È una questione di crescita economica, innovazione e sostenibilità sociale. Ma perché ciò avvenga, serve un cambio di paradigma. L’integrazione non deve essere vista solo come un costo da contenere, bensì come un investimento da rendere efficace. E un investimento inefficiente produce inevitabilmente frustrazione, tensioni sociali e spreco di risorse. I numeri del rapporto CEPR in esame mostrano che l’Europa è riuscita ad assorbire una popolazione immigrata molto più ampia rispetto a dieci anni fa. Tuttavia, non è ancora stata in grado di garantire pari opportunità reali. Ed è questa la distanza che conta davvero. Perché il futuro dell’immigrazione europea non si giocherà soltanto alle frontiere. Si muoverà negli uffici pubblici che riconoscono i titoli di studio, nelle scuole di lingua, nelle aziende che selezionano il personale, nei quartieri dove si costruiscono relazioni sociali e nelle possibilità concrete di avanzamento professionale. La vera integrazione comincia davvero quando un migrante non trova semplicemente un lavoro, ma trova il posto giusto nella societàrispetto alle sue competenze ed alle sue aspirazioni..




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