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26/05/2026
Non basta governare l’Intelligenza Artificiale: occorre salvare l’umano
Nel gennaio del 2025, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, si verificarono tre eventi apparentemente scollegati tra loro.

Nel gennaio del 2025, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, si verificarono tre eventi apparentemente scollegati tra loro. Il compianto Papa Francesco firmò ‘Antiqua et Nova’, il primo documento del  Magistero della Chiesa dedicato all’Intelligenza Artificiale (IA). Alexander Karp, CEO di Palantir, pubblicò il libro ‘The Technological Republic’. Mentre a Parigi, durante l’IA Action Summit, il Vicepresidente americano J.D. Vance pronunciò un duro discorso contro l’approccio regolatorio europeo (*). Tre mondi diversi: quello Vaticano, quello della Silicon Valley e quello della politica strategica di Washington, iniziarono improvvisamente ad occuparsi dello stesso argomento: l’IA come questione cruciale e risolutiva del XXI secolo. È da questo humus che prende forma il significato più profondo della nuova Enciclica di Papa Leone XIV: Magnifica Humanitas. Il documento reca la firma del Pontefice il 15 maggio scorso, anniversario della ‘Rerum Novarum’ di Papa Leone XIII. La presentazione c’è stata il 25 maggio in Aula Nuova del Sinodo. Un documento che non si limita a discutere la nuova tecnologia prodotta dall’innovazione, ma si pone una domanda più radicale: che cosa diventerà l’uomo nell’epoca dell’IA? Il dibattito pubblico europeo tende, infatti, a ridurre il problema ad un’unica questione: come regolamentare l’IA. Tema necessario, certo, ma insufficiente. Perché la vera sfida non riguarda soltanto gli algoritmi. Riguarda l’idea di civiltà che quegli algoritmi incarnano. L’Enciclica parte da un assunto: la tecnologia non è mai neutrale. Ogni sistema di IA riflette i valori, gli interessi e la visione del mondo di chi lo progetta, lo finanzia e lo controlla. È una posizione che sorprendentemente avvicina il Magistero cattolico ad alcune delle riflessioni più sofisticate nate proprio dentro la Silicon Valley. In controluce, il documento dialoga idealmente con figure molto diverse tra loro: il repubblicanesimo tecnologico di Alexander Karp, il liberalismo prudente di Dario Amodei, il tecno-utopismo di Sam Altman e perfino il libertarismo radicale di Elon Musk. Tradizioni diversissime, ma accomunate dalla consapevolezza che l’IA non sia più una semplice innovazione economica: è una infrastruttura di potere. Ed è proprio il tema del potere uno dei nuclei più robusti dell’Enciclica. Papa Leone XIV osserva come le grandi piattaforme tecnologiche private abbiano ormai acquisito capacità di influenza superiori a quelle di molti Stati nazionali. Chi controlla gli algoritmi che regolano informazione, credito, lavoro, comunicazione e percezione collettiva esercita infatti un potere politico reale, pur senza una piena legittimazione democratica. Qui il Papa Leone introduce una delle immagini simboliche più efficaci del testo: il passaggio da Babele a Neemia. Babele rappresenta la tentazione contemporanea di trasformare la tecnica in autosufficienza assoluta. Oggi il linguaggio universale non è più quello della torre biblica, ma quello dei dati, delle piattaforme globali e dei modelli computazionali. L’illusione è la stessa: credere che tutto possa essere tradotto in informazione, efficienza, previsione e controllo. Neemia, invece, simboleggia la ricostruzione condivisa della città. Non la concentrazione verticale del potere, ma la cooperazione comunitaria; non l’omologazione, ma la responsabilità diffusa. In un’epoca di connessione permanente e crescente solitudine sociale, il richiamo è potentemente politico: una società può essere tecnologicamente avanzata e nel contempo umanamente fragile. L’Enciclica coglie così uno dei paradossi più profondi della modernità digitale: si espandono le possibilità tecniche, ma come contraltare si indeboliscono i legami umani. Cresce la connessione, ma arretra l’appartenenza. La persona rischia di essere ridotta a funzione: i) consumatore, ii) profilo, iii) dato statistico, e iv) produttore di attenzione. È qui che il Documento pontificio incrocia implicitamente la critica al transumanesimo e alle forme più radicali di funzionalismo tecnologico. Se il valore dell’individuo viene misurato soltanto in termini di efficienza cognitiva e prestazione, allora fragilità, dipendenza e vulnerabilità diventano difetti da correggere. Ma una civiltà che considera il limite umano un errore finisce inevitabilmente per marginalizzare i più fragili: gli anziani, i poveri, i malati, i lavoratori sostituibili, e gli esclusi digitali. Quelli messi da parte dall’economia dello scarto. Per questo Papa Leone XIV insiste sulla necessità di ‘rimanere umani’. Non come formula retorica o nostalgica, ma come principio culturale e politico fondante. Nessuna macchina può sostituire la coscienza morale, la responsabilità, la compassione e la libertà autentica. Su questo punto emerge anche una convergenza inattesa con una parte della riflessione americana più sofisticata. Dario Amodei, nel suo libro ‘Machines of Loving Grace’, sostiene apertamente che non esista alcuna garanzia che l’IA favorisca spontaneamente la democrazia. Al contrario, l’IA può rafforzare propaganda, sorveglianza e manipolazione cognitiva. È il tema della nuova ‘guerra cognitiva’: la capacità di colpire percezioni, la fiducia pubblica ed i processi decisionali attraverso i deepfake (contenuti generati o alterati dall’IA per sembrare estremamente realistici), la disinformazione algoritmica e le campagne narrative automatizzate. Le democrazie liberali si trovano su questo terreno in una posizione strutturalmente vulnerabile, proprio perché fondate su pluralismo, apertura e libertà di informazione. Anche per questo il confronto tra Vaticano e Silicon Valley è meno paradossale di quanto sembri a prima vista. Entrambi hanno compreso che l’IA non è soltanto meramente una questione economica o tecnica, ma antropologica e geopolitica insieme. L’errore sul fronte europeo, invece, è stato spesso quello di affrontare il tema quasi esclusivamente in termini regolatori. L’‘AI Act’ rappresenta senza dubbio un tentativo importante di costruire regole comuni, ma rischia di restare insufficiente se non accompagnato da una visione culturale e strategica più ampia. Regolare senza comprendere fino in fondo i processi in atto produce soltanto dipendenza tecnologica. La vera domanda non è dunque se governare l’intelligenza artificiale, ma quale idea di uomo e di società debba orientarne lo sviluppo. Ed è su questo piano che si colloca la forza dell’Enciclica di Leone XIV. Non demonizza la tecnologia, né si abbandona all’entusiasmo ingenuo dell’innovazione salvifica. Propone piuttosto un umanesimo digitale capace di dialogare criticamente con il mondo tecnologico senza subirlo. In fondo, il rischio più grande non è che le macchine diventino troppo umane. È che gli esseri umani accettino di diventare troppo simili alle macchine.

(*) Per approfondire questo aspetto: Carnevale Maffè C. A. – L’IA e la nuova questione politica dell’occidente, Il Foglio 18 maggio 2026.

 



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