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Quando il costo dell’energia riaccende l’inflazione Il Vecchio continente torna a fare i conti con il suo punto più vulnerabile: l’energia. Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni tra Stati Uniti e Iran stanno nuovamente spingendo verso l’alto i prezzi energetici Il Vecchio continente torna a fare i conti con il suo punto più vulnerabile: l’energia. Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni tra Stati Uniti e Iran stanno nuovamente spingendo verso l’alto i prezzi energetici, riportando alla memoria la crisi del 2021-2022 che aveva trascinato l’inflazione dell’Eurozona a livelli record. Ma questa volta economisti e Banche Centrali (BC) guardano al fenomeno con lenti diverse. La lezione degli ultimi anni è abbastanza chiara: gli shock energetici non producono effetti lineari. Quando diventano grandi, persistenti e diffusi, l’inflazione accelera molto più rapidamente di quanto prevedano i modelli previsivi tradizionali. È questo il cuore dell’analisi pubblicata da un gruppo di economisti della Banca Centrale Europea (BCE) (*). La loro conclusione è tanto tecnica quanto politicamente rilevante: piccoli aumenti dei prezzi dell’energia possono essere assorbiti dall’economia senza conseguenze drammatiche, ma oltre una certa soglia il sistema cambia comportamento. Le imprese trasferiscono più rapidamente i costi sui consumatori, i salari iniziano a rincorrere i prezzi e le aspettative di inflazione si alimentano da sole. In altre parole, l’inflazione smette di essere un semplice effetto temporaneo e rischia di trasformarsi in una spirale. La novità più interessante riguarda proprio il concetto di ‘non linearità’. Per anni le BC hanno utilizzato modelli economici fondati sull’idea che un aumento del prezzo del petrolio producesse effetti proporzionali: se il petrolio saliva del doppio, l’inflazione aumentava semplicemente del doppio. La realtà recente ha dimostrato il contrario. Gli shock energetici più ingenti producono effetti sproporzionati. Non si tratta solo di algebra economica, ma di psicologia collettiva e comportamento delle imprese. Quando l’energia rincara moderatamente, molte aziende preferiscono comprimere i margini piuttosto che aumentare i listini e perdere clienti. Ma se il rincaro appare strutturale, allora cambia tutto: i prezzi vengono ritoccati più spesso, i lavoratori chiedono aumenti salariali ed i consumatori iniziano ad aspettarsi ulteriore inflazione. È a quel punto che la trasmissione dello shock diventa molto più potente. La BCE sta osservando questo scenario con crescente attenzione. Dopo essere stati accusati di aver sottovalutato l’inflazione post-pandemica, a Francoforte sul Meno sembrano oggi orientati verso una linea più prudente e reattiva. Non a caso, nella revisione strategica del 2025, l’Istituto guidato da Christine Lagarde ha riconosciuto ufficialmente che gli shock inflazionistici possono avere effetti non lineari e richiedere risposte monetarie più aggressive o persistenti. Tuttavia il contesto attuale presenta differenze importanti rispetto alla crisi energetica provocata dall’invasione russo-ucraino. I prezzi del gas e dell’elettricità, pur in aumento, restano lontani dai picchi raggiunti nel 2022. Inoltre l’economia europea non vive più la fase di forte rimbalzo post-Covid che allora aveva amplificato la domanda aggregata. Ma esiste anche un elemento potenzialmente più pericoloso: lo shock odierno ha una dimensione globale più marcata. Se le tensioni geopolitiche dovessero estendersi o coinvolgere stabilmente le rotte petrolifere strategiche, l’effetto potrebbe rapidamente intensificarsi. Il vero rischio, quindi, non è tanto l’aumento immediato dei prezzi, quanto la loro persistenza. Gli economisti sottolineano infatti che conta non solo la dimensione dello shock, ma anche la sua durata e la sua capacità di propagarsi a più settori dell’economia. È precisamente ciò che avvenne tra il 2021 e il 2022: energia, trasporti, logistica e materie prime entrarono simultaneamente in tensione, creando un’inflazione diffusa e difficile da spegnere. Per l’Europa questa resta una fragilità strutturale. Il Vecchio Continente continua a dipendere fortemente dalle importazioni energetiche e ogni crisi geopolitica si trasforma immediatamente in un problema economico e sociale. La transizione energetica, spesso discussa in termini ambientali, appare sempre più anche una questione di stabilità monetaria e sicurezza economica. La vera sfida per le Istituzioni europee sarà evitare gli errori del passato: reagire troppo tardi. Perché l’inflazione, come mostrano le analisi più recenti, non cresce sempre gradualmente. A volte accelera all’improvviso, superando rapidamente quel punto critico oltre il quale contenerla diventa molto più costoso per famiglie, imprese e Governi. (*) Bobeica E., S. Holton, F. Huber, C. Martínez Hernández (2025), ‘Beware of large shocks! A non-parametric structuralinflation model’, Working Paper Series 3052, European Central Bank. ![]() |