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18/05/2026
L’Intelligenza Artificiale da sola non basta
L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso presentata come la nuova rivoluzione industriale. E forse lo è davvero. Promette produttività, innovazione scientifica, e crescita economica.

L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso presentata come la nuova rivoluzione industriale. E forse lo è davvero. Promette produttività, innovazione scientifica, e crescita economica. Ma c’è un punto che il dibattito pubblico continua a sottovalutare: la tecnologia, da sola, non garantisce una prosperità condivisa. Anzi, in assenza di un’adeguata politica economica, l’IA potrebbe trasformarsi in un potente acceleratore di disuguaglianze, di disoccupazione e di stagnazione. È questa la tesi centrale avanzata dagli economisti Luca Fornaro e Martin Wolf in un recente studio pubblicato sul blog voxeu (*). Il loro ragionamento è tanto semplice quanto controintuitivo: l’automazione può aumentare la produttività complessiva dell’economia e, nel contempo, deprimere domanda, occupazione e crescita. La ragione sta nella distribuzione del reddito. Se l’IA sostituisce lavoratori con capitale e algoritmi, una quota crescente della ricchezza (nella distribuzione del reddito prodotto) finisce nelle mani dei proprietari delle tecnologie e delle imprese. Ma i lavoratori tendono a spendere una parte maggiore del proprio reddito rispetto ai grandi detentori di capitale. Lo hanno dimostrato per primi gli economisti Nicolas Kaldor e Luigi Pasinetti. Quando il reddito si concentra nel quintile più ricco, i consumi rallentano. E quando frenano i consumi, seguono a ruota anche investimenti e produzione. Nasce così quella che gli autori in questione definiscono una recessione da automazione. Uno scenario paradossale in cui le imprese diventano più efficienti, ma l’economia nel suo complesso si indebolisce. Contemplando più produttività, ma meno domanda aggregata (consumi + investimenti). Più tecnologia, ma meno occupazione. È un rischio che ricorda una delle grandi contraddizioni del capitalismo contemporaneo: la capacità di produrre sempre di più senza riuscire a distribuire adeguatamente reddito e potere d’acquisto. La questione, dunque, non è soltanto di natura tecnologica. È anche politica. Negli ultimi anni il dibattito sull’IA si è concentrato soprattutto su etica, privacy e regolazione algoritmica. Temi fondamentali, di sicuro. Ma la vera sfida potrebbe essere di natura macroeconomica. Chi beneficerà realmente della nuova produttività? I salari cresceranno oppure no? La ricchezza verrà redistribuita o concentrata ulteriormente? Secondo Fornaro e Wolf, affidarsi esclusivamente alle Banche Centrali ed alla politica monetaria per governare il processo potrebbe non bastare. Anzi, l’IA potrebbe persino complicare il lavoro dei Banchieri Centrali. Nella fase iniziale dell’automazione, infatti, si potrebbe verificare una combinazione insolita di inflazione elevata, crescita della produttività e debolezza del mercato del lavoro. Una miscelaesplosiva che potrebbe mettere in crisi gli strumenti tradizionali della politica monetaria. Per questmotivi gli autori propongono un insieme di interventi fiscali e monetari. In particolare, suggeriscono sussidi all’occupazione e riduzioni delle tasse sul lavoro, così da sostenere redditi, consumi e domanda interna. In altre parole: se le macchine diventano più produttive degli esseri umani, lo Stato deve evitare che gli esseri umani diventino economicamente irrilevanti. La questione riguarda direttamente anche l’Europa e l’Italia. Il vecchio continente affronta da anni una crescita economicdebole, salari stagnanti e invecchiamento della popolazione. In questo scenario, l’IA potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità di rilancio oppure aggravare le fragilità già esistenti. Molto dipenderà dalla qualità delle politiche pubbliche. La vera lezione che forniscono Fornaro e Wolf  è che il progresso tecnologico non è mai neutrale. Non esiste un destino automatico scritto negli algoritmi. L’intelligenza artificiale può produrre un boom economico oppure una nuova frattura sociale. La differenza la faranno le scelte collettive: fiscalità, welfare, formazione, investimenti pubblici, e tutela del lavoro. Per decenni abbiamo considerato la tecnologia come una forza inevitabile, quasi naturale. Ma l’IA ci costringe a riconsiderare una verità antica dell’economia: non conta soltanto quanto un Paese produce, ma anche come distribuisce ciò che produce tra i suoi abitanti. E forse il vero banco di prova dell’IA non sarà tanto la sua capacità di imitare l’uomo in alcune sue funzioni, ma la capacità delle democrazie di governarne gli effetti.

(*) Fornaro L., M. Wolf – Macroeconomic Policies for AI, voxeumay 2026




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