|
PRIMO PIANO

12/05/2026
L’Europa scopre che il mercato da solo non basta più
Per oltre trent’anni l’Unione Europea ha coltivato una convinzione quasi dogmatica: bastava garantire regole comuni, concorrenza ed apertura dei mercati affinché l’industria europea restasse competitiva.
Per oltre trent’anni l’Unione Europea ha coltivato una convinzione quasi dogmatica: bastava garantire regole comuni, concorrenza ed apertura dei mercati affinché l’industria europea restasse competitiva. Oggi quella certezza granitica si sta sfaldando. La pressione della Cina, col suo apparato produttivo sostenuto dallo Stato, ed il ritorno del protezionismo americano stanno costringendo Bruxelles ad una revisione profonda della propria politica industriale. In presenza di questo cambio di paradigma: l’Europa non può più limitarsi a fare da arbitro nel mercato globale. Deve tornare ad essere anche un attore strategico. Il punto centrale è che la competizione internazionale non avviene più su un terreno neutrale. Gli Stati Uniti utilizzano incentivi pubblici massicci per attrarre investimenti industriali; la Cina protegge e guida le proprie filiere strategiche; altri Paesi fanno della sicurezza economica una priorità nazionale. In questo contesto, la vecchia fede europea nella sola concorrenza rischia di trasformarsi in una forma di disarmo unilaterale. La questione non riguarda soltanto la difesa dell’industria tradizionale. In gioco c’è la capacità dell’Europa di evitare la 'trappola della media tecnologia': un continente ancora forte nei comparti consolidati, ma sempre più debole nelle industrie del futuro. L’automobile ne è l’esempio più evidente. L’Europa ha dominato il motore termico, ma sta rincorrendo sulla convergenza tra la mobilità elettrica, i veicoli gestiti ed aggiornati tramite software e la guida autonoma che sta ridefinendo il settore automotive, trasformando l'auto da semplice mezzo di trasporto a piattaforma digitale interconnessa. Lo stesso è accaduto con i pannelli solari: inventati e sviluppati anche grazie alla ricerca europea, ma industrialmente conquistati dalla Cina. Per questo Bruxelles sta iniziando a parlare una lingua nuova: autonomia strategica, filiere critiche, campioni industriali europei, protezione delle industrie nascenti. Concetti che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati incompatibili con il vocabolario liberista del mercato unico. Naturalmente il rischio opposto esiste. Una politica industriale mal progettata può trasformarsi in sussidi improduttivi, protezionismo inefficiente o spartizione politica delle risorse. Insomma non si tratta di sostituire il mercato con lo Stato, ma di orientare il mercato verso obiettivi strategici. In altre parole, la concorrenza deve restare viva, ma all’interno di un indirizzo politico chiaro. È un cambio culturale enorme per l’Unione Europea. Per decenni Bruxelles ha diffidato dell’idea stessa di 'scegliere i vincitori'. Oggi però emergono esempi che dimostrano come l’intervento pubblico possa creare capacità industriali decisive: Airbus, Galileo, perfino la strategia europea sui vaccini durante la pandemia. Non perché i governi sappiano prevedere il futuro meglio del mercato, ma perché alcune trasformazioni richiedono investimenti, coordinamento e tempi che il mercato da solo non riesce a garantire. Il nodo decisivo resta però politico. L’Europa può davvero agire come una potenza industriale unitaria? Oppure continuerà a frammentarsi in ventisette strategie nazionali spesso concorrenti tra loro? Questa divisione va ricomposta. La realtà è nota. Ogni Stato membro tende a proteggere il proprio segmento industriale, duplicando investimenti e disperdendo risorse. Stando così le cose senza una regia comune, la 'sovranità industriale europea' rischia di restare uno slogan. C’è poi una questione che riguarda direttamente i cittadini europei. La transizione verde è stata spesso percepita come un costo: norme ambientali più severe, energia più cara, industrie sotto pressione. L’idea proposta da questo nuovo approccio è diversa: la decarbonizzazione potrebbe diventare un motore di potenza industriale, innovazione e sicurezza strategica. Ma solo se l’Europa riuscirà a creare domanda interna, finanziare tecnologie emergenti e proteggere le proprie filiere nei momenti decisivi. In fondo, il dibattito sulla politica industriale europea ruota attorno ad una domanda semplice: l’Europa vuole restare un grande mercato o diventare anche una grande potenza economica? Finora ha eccelso soprattutto nel primo ruolo. Ma il mondo del 2026 sembra concedere sempre meno spazio a chi si limita a fissare le regole senza difendere i propri interessi strategici. La nuova politica industriale europea nasce dunque da una presa d’atto: il tempo dell’innocenza economica è finito.

|