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30/04/2026
Il dilemma Draghi: sostegno all'industria ed obiettivi climatici
Il dibattito sulla competitività industriale europea sta entrando in una fase decisiva, ed il cosiddetto ‘dilemma Draghi’, evocato più volte da Mario Draghi

Il dibattito sulla competitività industriale europea sta entrando in una fase decisiva, ed il cosiddetto dilemma Draghi’, evocato più volte da Mario Draghi, ne rappresenta la sintesi più efficace: è possibile sostenere l’industria senza compromettere gli obiettivi climatici? La risposta, per quanto scomoda, è no. O meglio: non con un solo strumento. Negli ultimi anni, sotto la pressione della competizione globale e dei costi energetici, i Governi europei hanno progressivamente orientato le proprie politiche verso il sostegno ai settori energivori. Si va dalle riduzioni dei costi dell’elettricità, agli sgravi fiscali, passando per gli incentivi alla produzione: tutte misure comprensibili, quasi inevitabili. Ma la ricerca economica più recente mostra che queste politiche, se isolate, producono un effetto collaterale tutt’altro che trascurabile: aumentano le emissioni complessive. Il nodo sta nel funzionamento del mercato europeo della CO₂. Il sistema ETS, concepito per fissare un tetto alle emissioni, interagisce in modo complesso con le politiche nazionali. Quando si abbassano artificialmente i costi per le imprese, si stimola la produzione e dunque la domanda di permessi di emissione. Questo meccanismo riduce l’efficacia della cosiddetta Market Stability Reserve, rallentando la riduzione complessiva delle emissioni. In altre parole: aiutare l’industria ad essere più competitiva, senza porsi il problema del come, rischia di far arretrare la transizione ecologica. C’è però un’eccezione, ed è qui che emerge una possibile via d’uscita. I sussidi mirati alle tecnologie di abbattimento della CO₂cioè quelli che incentivano direttamente l’innovazione pulita, riescono a conciliare i due obiettivi. Non migliorano significativamente la competitività nel breve periodo, ma riducono le emissioni in modo efficace e strutturale. Sono, per così dire, l’unico strumento che colpisce il problema alla radice.Questo porta ad una conclusione che la politica fatica spesso ad accettare: non esiste una scorciatoia. La competitività e la sostenibilità richiedono strumenti diversi, coordinati ma distinti.La riduzione dei costi energetici può avere senso per evitare la delocalizzazione industriale, ma deve essere accompagnata (e bilanciata) da forti incentivi all’innovazione verde. Senza questo equilibrio, il rischio è di guadagnare terreno nel mercato globale perdendolo nella lotta al cambiamento climatico. C’è inoltre una dimensione geopolitica che non va sottovalutata. Se l’industria europea, pur sostenuta, rimane più pulita rispetto a quella di altre aree del mondo, una sua espansione potrebbe persino ridurre le emissioni globali. Ma questo effetto positivo svanisce rapidamente se i sussidi favoriscono anche l’uso di combustibili fossili. Ancora una volta, non va dimenticato che il come’ conta più del quanto.Il messaggio dentro la bottiglia, in definitiva, è chiaro: la politica industriale europea non può permettersi ambiguità. Se l’obiettivo è davvero duplice: i) competitività e ii) clima, allora serve una strategia esplicitamente duale. Continuare a cercare una soluzione unica a problemi diversi non è solo inefficace: è controproducente. E in un contesto in cui il tempo, sul fronte climatico, è la risorsa più scarsa, questo è un lusso che l’Europa non può più permettersi.




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