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23/04/2026
L’economia del dubbio: la crescita nell’era dell’incertezza permanente
Sotto l’ombra della guerra, l’economia globale sta cambiando pelle. Non è solo una questione di rallentamento della crescita economica o di ritorno dell’inflazione, ma di un mutamento più profondo: il passaggio

Sotto l’ombra della guerra, l’economia globale sta cambiando pelle. Non è solo una questione di rallentamento della crescita economica o di ritorno dell’inflazione, ma di un mutamento più profondo: il passaggio da un sistema che cercava di prevedere il futuro ad uno che deve imparare a convivere con l’incertezza. Il recente quadro delineato dal consueto 'World Economic Outlook' di aprile del Fondo Monetario Internazionale (FMI) segna innanzitutto un cambio di atteggiamento. Prima ancora dei numeri, è la narrazione a mutare: l’incertezza non è più una variabile temporanea, ma una condizione strutturale. Le tensioni geopolitiche, lungi dall’essere episodi isolati, si stanno consolidando come elemento permanente del contesto economico, influenzando aspettative, investimenti e scelte politiche. I mercati finanziari, come spesso accade, sono i primi a reagire. Si muovono rapidamente, oscillando tra euforia e cautela al minimo segnale: una distensione diplomatica, la riapertura di uno snodo energetico come Hormutz, un dato macroeconomico meno negativo del previsto. Ma questa velocità non è sinonimo di stabilità. Al contrario, riflette una fragilità di fondo: i mercati anticipano e amplificano, ma non sempre colgono la profondità dei cambiamenti in atto. L’economia reale segue un ritmo diverso. Si dimostra più lenta, più resistente al cambiamento immediato, ma proprio per questo è più esposta agli effetti persistenti degli shock. Imprese e famiglie non possono riorganizzarsi dall’oggi al domani: le catene produttive richiedono tempo per essere ripensate, gli investimenti per essere riallocati, la fiducia per essere ricostruita. Anche se le tensioni geopolitiche si attenuassero rapidamente, le loro conseguenze continuerebbero a propagarsi nel tempo, creando un’asimmetria pericolosa tra la rapidità della finanza e l’inerzia dell’economia reale. In questo contesto, le previsioni di crescita moderata e inflazione in risalita raccontano solo una parte della storia. Il punto di snodo è il logoramento progressivo delle condizioni che sostengono lo sviluppo globale. Non si tratta di una crisi improvvisa e violenta, ma di un deterioramento graduale, reso più insidioso proprio dalla sua natura meno evidente. Rispetto alle turbolenze recenti, il quadro attuale si presenta con caratteristiche diverse. Le pressioni inflazionistiche non derivano più soltanto da squilibri ciclici o da mercati del lavoro surriscaldati, ma da fattori strutturali: shock energetici, frammentazione commerciale, e tensioni politiche. A questi si aggiungono nuove variabili: i) il controllo delle risorse strategiche, in particolare le terre rare; e ii) le incognite legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, capace tanto di sostenere la produttività quanto di generare delusioni nei mercati finanziari se le aspettative dovessero ridimensionarsi. Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la dimensione istituzionale. L’aumento del debito pubblico ed il conseguente restringimento dei margini fiscali limitano la capacità di intervento dei Governi, mentre eventuali pressioni sull’indipendenza delle Banche Centrali rischiano di compromettere la credibilità delle politiche monetarie. In un contesto in cui l’inflazione può essere alimentata da shock esterni, la perdita di fiducia nelle Istituzioni economiche potrebbe amplificare le difficoltà, rendendo più instabili le aspettative. Non sorprende, quindi, che anche l’approccio alla previsione economica stia cambiando col FMI a fare da apripista. L’abbandono di un unico scenario di riferimento a favore di una pluralità di traiettorie possibili riflette una presa d’atto: la complessità attuale non consente più narrazioni lineari. Non esiste più una 'bussola' unica, ma una mappa fatta di scenari alternativi, ciascuno condizionato da variabili difficili da controllare. Questo spostamento di prospettiva ha implicazioni profonde. Significa trasferire maggiore responsabilità a Governi, Istituzioni e investitori, chiamati a prendere decisioni non sulla base di certezze, ma di intervalli di confidenza. E significa, soprattutto, che prepararsi agli shock diventa più importante che tentare di anticiparli con precisione. Le politiche economiche devono quindi adattarsi a questa nuova realtà. Serve un equilibrio delicato: da un lato preservare la stabilità dei prezzi e la solidità finanziaria che possono entrare in conflitto, dall’altro sostenere la crescita economica senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici. Le misure fiscali devono essere mirate e temporanee, capaci di proteggere i soggetti più vulnerabili senza alimentare squilibri. Nel contempo, è fondamentale ricostruire margini di manovra in campo fiscale per affrontare al meglio le crisi future. Anche sul piano strutturale le scelte diventano decisive. Le restrizioni commerciali e la frammentazione economica offrono benefici limitati e rischiano di aggravare il rallentamento globale. Al contrario, una maggiore integrazione, accompagnata da regole condivise e trasparenti, rappresenta ancora la via più efficace per rafforzare stabilità e fiducia. Non mancano, tuttavia, possibili fattori di rilancio. Gli investimenti in innovazione, in particolare nell’intelligenza artificiale, potrebbero sostenere la produttività e aprire nuove traiettorie di crescita. Ma perché ciò accada, è necessario che siano accompagnati da politiche coerenti e da un contesto stabile, capace di trasformare il potenziale tecnologico in sviluppo reale. In definitiva, l’economia globale non è soltanto sotto l’ombra della guerra come evoca il 'World EconomicOutlook'. È entrata in una fase in cui l’incertezza è divenuta sistemica ed in cui la capacità di adattamento conta più di quella di previsione. Evitare che questa condizione si trasformi in una crisi permanente dipenderà dalla qualità delle scelte politiche e dalla tenuta della cooperazione internazionale. Più che cercare certezze, oggi, l’economia deve imparare a gestire il dubbio.




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