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10/04/2026
L’ascensore sociale
Una recente ricerca dell'OCSE si è occupata del funzionamento dell’ascensore sociale. Analizzando in che modo le condizioni di partenza degli individui ne condizionano le prospettive nell’arco della vita.
Una recente ricerca dell'OCSE si è occupata del funzionamento dell’ascensore sociale. Analizzando in che modo le condizioni di partenza degli individui ne condizionano le prospettive nell’arco della vita. I dati ci dicono che la mobilità sociale resta una promessa incompiuta. C’è un’immagine semplice ma potente che attraversa da sempre il dibattito sulla mobilità sociale: quella della mela che cade dall’albero. Quanto davvero i figli riescono ad allontanarsi dal destino dei genitori? La risposta, oggi più che mai, è tutt’altro che rassicurante. I nuovi dati comparativi sui Paesi dell’OCSE mostrano con chiarezza che il punto di partenza continua a contare, e molto. Il livello di istruzione dei genitori resta uno dei fattori più determinanti per il futuro economico dei figli. Coloro che nascono in famiglie più istruite hanno maggiori probabilità di collocarsi ai vertici della distribuzione dei redditi, mentre chi proviene da contesti svantaggiati tende a rimanere intrappolato nelle fasce più basse. Non si tratta di un fenomeno uniforme: nei Paesi del Nord dell’Europa la trasmissione delle disuguaglianze è più debole, mentre in molte economie europee,Italia compresa, il legame tra origine familiare e destino economico è ancora particolarmente rigido. Il lavoro ed il reddito raccontano solo una parte della storia. La partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto per le donne, rivela un’altra dimensione critica: avere genitori ed in particolare madri con basso livello di istruzione, riduce significativamente le probabilità di essere occupate. Un segnale che le disuguaglianze non si limitano a trasmettersi, ma si amplificano lungo linee di genere.L’istruzione emerge come il principale canale attraverso cui queste differenze si perpetuano, ma anche come il più potente strumento per contrastarle. Quando si tiene conto del livello di istruzione raggiunto dai figli, l’influenza dell’origine familiare diminuisce sensibilmente. Tuttavia, non scompare. Anche a parità di titolo di studio, chi proviene da famiglie più avvantaggiate continua ad avere migliori esiti nel mercato del lavoro. Segno che il capitale educativo non basta: contano anche le reti sociali, le informazioni, le opportunità meno visibili ma decisive. È qui che il mito dell’uguaglianza delle opportunità s’incrina. Perché non basta garantire l’accesso all’istruzione: occorre interrogarsi sulla qualità, sulle condizioni di partenza e sulle possibilità concrete di trasformare quel titolo di studio in opportunità reali. Non è un caso che i Paesi che investono di più nell’infanzia, nei servizi educativi e nel sostegno alle famiglie mostrino livelli più elevati di mobilità sociale. Le implicazioni politiche sono evidenti. Rafforzare l’accesso all’educazione fin dalla prima infanzia, evitare sistemi scolastici che separano precocemente gli studenti in base alle performance, sostenere le transizioni tra scuola e lavoro e ridurre le barriere, economiche, geografiche e culturali, che limitano le scelte dei giovani. Queste sono le leve principali per rendere le società più dinamiche e più giuste. Ma il punto centrale resta un altro. La mobilità sociale non è solo una questione di equità: è anche una questione di crescita. Quando il talento resta intrappolato nelle condizioni di partenza, l’intero sistema economico perde innovazione, produttività e futuro. La mela, dunque, continua a cadere troppo vicino all’albero. Cambiare questa traiettoria non è solo auspicabile: è assolutamente necessario.

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