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07/04/2026
Il paradosso del Mezzogiorno: ricchezza senza futuro
Il Mezzogiorno italiano cresce, ma non si sviluppa. I dati macroeconomici mostrano segnali positivi, ma qualità della vita, coesione sociale e fiducia restano fragili.
Il Mezzogiorno italiano cresce, ma non si sviluppa. I dati macroeconomici mostrano segnali positivi, ma qualità della vita, coesione sociale e fiducia restano fragili. Per comprendere questo paradosso occorre superare una lettura puramente economica e adottare una prospettiva più ampia, come quella di Elinor Ostromche abbiamo illustrato in precedenti articoli su questo blog. Lo sviluppo, infatti, non è il risultato automatico della crescita, ma di un equilibrio istituzionale fondato sulla cooperazione tra comunità interdipendenti: quella scientifica, quella economica, quella civile e quella politica. Quando queste si coordinano, emergono Istituzioni efficaci; quando si disallineano, anche la crescita resta fragile. È quanto accade nel nostro Mezzogiorno. Nonostante ingenti risorse pubbliche e una crescita del Pil, il Sud continua a perdere giovani ed a mostrare debolezze strutturali. Il problema non è ‘quanto’ si cresce, ma ‘come’: senza capitale sociale (fiducia, norme condivise, cooperazione) le risorse si disperdono. Come evidenziato da Robert Putnam e dal nostro Carlo Trigilia,tra gli altri, queste infrastrutture invisibili sono decisive. La prospettiva ostromiana aggiunge che il capitale sociale non è dato, ma va costruito attraverso Istituzioni e regole condivise. Nel Mezzogiorno, però, il sistema di Governance appare debole e poco coordinato. L’economia si rifugia in reti ristrette, in primis quelle familiari e quelle relazionali alimentando sfiducia e limitando l’innovazione, come mostrano gli studi di Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales. La società civile resta spesso frammentata, la conoscenza fatica a tradursi in innovazione, e la politica non svolge pienamente il suo ruolo di coordinamento. Quest’ultima più che costruire regole e favorire cooperazione, si concentra sulla redistribuzione delle risorse, alimentando dipendenza e indebolendo le dinamiche autonome. Il risultato è una ‘crescita senza sviluppo’: le risorse sostengono l’economia nel breve periodo, ma non trasformano le condizioni profonde che potrebbero cambiare la dinamica del Mezzogiorno. Anche i casi più virtuosi, come la buona capacità di spesa dei fondi europei, non bastano senza un rafforzamento della fiducia e delle reti cooperative. Il nodo, quindi, non è allocare più risorse, ma costruire Istituzioni migliori. Serve passare da un modello centrato sull’intervento esterno (dello Stato centrale) ad uno fondato su responsabilità, cooperazione e capacità locali. Ciò implica una politica diversa: non deputata a ripartire risorse, ma divenire architetto di un sistema policentrico. La lezione di Ostrom è chiara: non esistono scorciatoie. Lo sviluppo nasce dalla qualità della cooperazione. Il Mezzogiorno è oggi davanti ad un bivio: continuare a crescere senza svilupparsi, oppure costruire le condizioni istituzionali per un progresso duraturo. Insomma la vera sfida non è crescere, ma imparare a cooperare.

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