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20/03/2026
Europa 2050: il problema non è la sveglia, ma il riflesso automatico di premere ‘posticipare’
C’è un qualcosa di profondamente rivelatore nel ‘Manifesto’firmato da Olivier Blanchard, Pascal Lamy, Enrico Letta e Beatrice Weder di Mauro, pubblicato sul blog cepr.org/voxeu (*).

C’è un qualcosa di profondamente rivelatore nel Manifestofirmato da Olivier Blanchard, Pascal Lamy, Enrico Letta e Beatrice Weder di Mauropubblicato sul blog cepr.org/voxeu (*). Non tanto la diagnosiche, a questo punto, è quasi banale, quanto il messaggio latente in esso contenuto. L’Europa non è cieca enemmeno particolarmente lenta a reagire. È, piuttosto, sistematicamente incapace di trasformare gli shock avversi in un cambiamento strutturale. Come se ogni crisi producesse una risposta sufficiente a sopravvivere, ma mai abbastanza radicale da evolvere in un altro stato stazionario più propizio. Negli ultimi anni, gli shock si sono accumulati con una frequenza che avrebbe dovuto rendere inevitabile una rottura della struttura consolidata. La pandemia da Covid-19 ha mostrato quanto rapidamente il mercato unico possa dissolversi sotto pressione, con frontiere chiuse e restrizioni nazionali reintrodotte nel giro di giorni. Le disfunzioni delle catene globali del valore hanno rivelato un sistema ottimizzato per l’efficienza, ma fragile per costruzione. L’invasione russa dell’Ucraina ha segnato la fine definitiva dell’illusione che l’interdipendenza economica potesse prendere il posto della geopolitica. La crisi energetica ha imposto una riconfigurazione costosa e imperfetta delle forniture. La Cina è passata da partner commerciale a concorrente strategico capace di esercitare una forte pressione economica. E gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno iniziato a comportarsi come un alleato meno prevedibile, più interazionale, meno disposto a garantire implicitamente la sicurezza europea. Preso singolarmente, ciascuno di questi eventi sarebbe stato sufficiente a giustificare un salto qualitativo nell’integrazione europea. Presi insieme, avrebbero dovuto renderlo un percorso inevitabile. Eppure, la traiettoria osservata è stata diversa: adattamenti incrementali, compromessi temporanei, soluzioni spesso efficaci nell’immediato ma raramente progettate per durare. Piccoli passi che non modificano il percorsoÈ questa la vera anomalia tutta europea: una straordinaria capacità di gestione delle crisi, Jean Monnet ne sarebbe stato contento, che si traduce però, paradossalmente, in una cronica incapacità di riforma. Ed è a questo punto che entra in gioco il cosiddetto ‘Test di Singapore, ovvero l’invito a ragionare a ritroso da un orizzonte di venticinque anni. L’idea, apparentemente semplice, ha implicazioni radicali: sospendere, almeno temporaneamente, il vincolo del politicamente possibileper chiarire quale sia l’approdo desiderato. Solo successivamentesi torna alla politica. Nel fare questo esercizio, gli autori delineano una visione di Europa che non coincide con l’ortodossia federalista tradizionale, ma piuttosto con una struttura ibrida, selettiva, a dir poco quasi modulare. Da un lato, un forte livello di integrazione nei domìni dove la dimensione è decisivadifesa, commercio, politica climatica, relazioni esterne. Dall’altro, un alto grado di decentralizzazione nelle politiche più vicine ai cittadini, con autonomia fiscale e amministrativa diffusa. Il risultato assomiglia meno ad uno Stato federale classico e più a un sistema alla Svizzera: pluralistico, differenziato, ma capace di agire in modo unitario quando necessario. È, implicitamente, anche un superamento del tabù dell’unanimità, sostituita da forme di integrazione geometria variabile e coalizioni di paesi disposti ad avanzare più rapidamente. Questa architettura è accompagnata da una ridefinizione altrettanto significativa di un concetto spesso abusato: la sovranità. Nel testo in esame, la sovranità non è mai evocata come principio astratto o identitario, ma come capacità concreta di azione. Un’Europa sovrana è un’Europa che può difendersi senza dipendere integralmente da attori esterni, che può garantire sicurezza energetica a costi sostenibili, che dispone di mercati dei capitali sufficientemente profondi da finanziare innovazione e crescita, che è in grado di rispondere a minacce ibridemilitari, economiche, tecnologichesenza delegare. È una sovranità operativa, non simbolica; misurabile, non indicativa. Fin qui, il quadro è coerente, persino convincente. Ma il testo stesso riconosce il nodo centrale: il problema dell’Europa non è mai stato la mancanza di visione. È l’esecuzione che latita. Le riforme sono note, spesso da decenni: i) completare il mercato unico, ii) integrare i mercati dei capitali, iii) costruire una vera politica industriale, iv) coordinare la difesa, e v) riformare la Governance. Ciò che manca è la capacità di implementarle con continuità e coerenza il processo. Le ragioni di questo vuoto sono di natura strutturale. L’unanimità in aree chiave rende l’azione collettiva fragile e facilmente paralizzabile. I cicli politici nazionali incentivano decisioni di breve periodo e scoraggiano investimenti politici su orizzonti lunghi. Gli interessi costituiti tendono a diluire ogni proposta fino a renderla compatibile con lo status quo. E l’architettura istituzionale europea, progettata per evitare errori catastrofici, finisce spesso per impedire anche decisioni ambiziose. Il risultato è un sistema che eccelle nella gestione del rischio immediato, ma accumula vulnerabilità col passare deltempo. Questo problema emerge con particolare chiarezza sul livello fiscale. Le priorità individuatedifesa, transizione energetica, innovazione tecnologica, sostegno all’Ucraina,richiedono risorse ingenti e potenziate. Ma il dibattito su come finanziarle rimane sfuggente. Più debito comune, maggiore integrazione fiscale, nuove forme di tassazione europea: tutte opzioni politicamente sensibili, vengono spesso rinviate. L’alternativa implicita, raramente espressa, è una riduzione dell’ambizione. Non esiste, tuttavia, una soluzione indolore. Il rischio, a questo punto, non è tanto quello di un fallimento improvviso quanto di un tragitto verso una progressiva irrilevanza. Un’Europa che cresce meno, innova meno, ed incide meno; che dipende di più da altri per la propria sicurezza e prosperità; che perde capacità di orientare le regole del gioco globale. Una traiettoria di lento svuotamento, più che di crisi acuta. Ed è forse proprio questa gradualità a renderla politicamente tollerabilee quindi pericolosa. Il merito del Manifesto è quello di rendere esplicita questa tensione tra consapevolezza ed inerzia. L’Europa è a conoscenza del da farsi. E’ consapevole anche, in larga misura, di come farlo. Ciò che resta incerto è se sia in grado di farlo prima che le condizioni esterne lo impongano in modo più traumatico. Perché, finora, ogni shock ha funzionato come una sveglia potente ma non definitiva. E il problema, ormai evidente, non è l’assenza di allarmi. È l’abitudine, profondamente radicata, a spegnerli e tornare a dormicchiare.

(*) ‘Europe 2050: Geometries of peace, power and prosperity




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