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10/03/2026
Gli speculatori non sono gli untori del ventunesimo secolo
Ogni qualvolta che i prezzi salgono rapidamente: del petrolio, dei carburanti, dei cereali, di derrate o di altre materie prime, il copione si ripete. L’opinione pubblica cerca un colpevole e quasi sempre lo trova negli speculatori.
Ogni qualvolta che i prezzi salgono rapidamente: del petrolio, dei carburanti, dei cereali, di derrate o di altre materie prime, il copione si ripete. L’opinione pubblica cerca un colpevole e quasi sempre lo trova negli speculatori. Sono loro, si dice, ad approfittare delle crisi: comprano a poco e rivendono a molto, alimentando aumenti ingiustificati. E’ una spiegazione seducente perché individua un responsabile chiaro e moralmente riprovevole. Ma, come osservava il filosofo Karl Popper parlando della ‘teoria complottista della società, questa tendenza a spiegare fenomeni complessi attribuendoli all’azione di gruppi malintenzionati è uno schema interpretativo tanto diffuso quanto fuorviante. L’idea è intuitiva. Ma, dal punto di vista economico, è quasi sempre errata. Per capire il perché, conviene muoversidall’origine stessa della parola ‘speculazione’. Il termine deriva dalla specula: la torre di osservazione degli eserciti romani. Lo speculatore è quindi, letteralmente, colui che guarda lontano: chi osserva il presente e prova ad immaginare il futuro. In questo senso non è diverso da qualunque imprenditore. Valuta informazioni incomplete, formula aspettative e prende decisioni rischiose, sapendo che potrà guadagnare oppure perdere. Nel funzionamento dei mercati la speculazione non rappresenta una deviazione: è un meccanismo centrale. Serve a incorporare nei prezzi le aspettative sul futuro, anticipandone gli effetti. I prezzi di mercato non riflettono soltanto ciò che accade oggi, ma anche ciò che gli operatori si aspettano accadrà domani. Un esempio classico è quello dei contratti futures. Un agricoltore americano può vendere oggi il grano che raccoglierà tra qualche mese, fissando in anticipo il prezzo di vendita. In questo modo riduce l’incertezza sul proprio reddito. Per un piccolo agricoltore, poco disposto a sopportare grandi rischi di prezzo, questo strumento può fare la differenza tra un reddito relativamente stabile e una situazione finanziaria estremamente precaria. Gli consente di vendere il grano sul mercato dei futures (ossia vendere il raccolto futuro ad un prezzo fissato oggi). In altre parole, la speculazione svolge una funzione di assicurazione. Il suo effetto sui prezzi è spesso l’opposto di quello che si immagina. Quando gli speculatori acquistano un bene in un momento di abbondanza e di prezzi bassi, aumentano la domanda e impediscono che il prezzo scenda troppo. Quando lo rivendono in una fase di scarsità e di prezzi elevati, immettono nuova offerta sul mercato e contribuiscono a contenere l’aumento. Il risultato è un effetto stabilizzante: la speculazione tende a comprimere gli estremi, rendendo meno bassi i prezzi molto bassi e meno alti quelli molto alti. In sostanza trasferisce beni da momenti di relativa abbondanza a momenti di scarsità, distribuendo le quantità disponibili in modo più uniforme nel tempo. Naturalmente non esistono garanzie alcune di successo. La speculazione è un’attività basata su aspettative e informazioni imperfette. Chi sbaglia previsione perde denaro. Se uno speculatore compra quando un bene è già scarso (ipercomprato) o vende quando è già abbondante(ipervenduto), il mercato lo punirà rapidamente ed inesorabilmente. Un esempio aiuta a chiarire un’altra fonte di confusione molto diffusa. Immaginiamo di aver acquistato un anno fa una certa quantità di carburante a 40 euro. Oggi, dopo uno shock energetico, qualcuno è disposto a pagarla 130 euro. Molti direbbero che venderla a quel prezzo significa realizzare un guadagno ingiusto rispetto al costo sostenuto in passato. Ma in economia il prezzo pagato ieri è irrilevante. È un costo ormai sostenuto e non recuperabile: un costo sommerso. La decisione dipende invece dal valore della migliore alternativa disponibile oggi. Se per riacquistare quel carburante occorrono 130 euro, trattenere il bene significa rinunciare proprio a quei 130 euro. Il costo rilevante non è pertanto ciò che si è pagato ieri, ma ciò a cui si rinuncia oggi. Da qui emerge un concetto più generale. Quando il proprietario decide di vendere a 130 euro, aumenta l’offerta sul mercato e contribuisce, anche se in misura minima, a ridurre il prezzo rispetto a quello che si formerebbe se non vendesse il bene. Il fatto che lo abbia acquistato ad un prezzo inferiore non cambia la logica economica della decisione. I prezzi di mercato, infatti, non guardano al passato. Guardano al futuro. Non riflettono i costi storici di produzione, ma il valore delle risorse nel loro uso alternativo, cioè il loro costo-opportunità. Concetto chiave nelle analisi economiche. I costi passati raccontano una storia contabile; i prezzi correnti raccontano la scarsità. Un episodio storico illustra bene quanto sia fuorviante attribuire alla speculazione la responsabilità delle oscillazioni dei prezzi. Alla fine degli anni Cinquanta i produttori di cipolle negli Stati Uniti accusavano gli speculatori di provocare un’eccessiva volatilità nei prezzi. Grazie ad una forte attività di lobbying riuscirono a far approvare dal Congresso una legge che vietava i contratti futures sulle cipolle. Tra i sostenitori della norma vi era anche il deputato Gerald Ford, destinato a divenire in seguito Presidente degli Stati Uniti. Quella legge è ancora oggi in vigore: le cipolle sono l’unico prodotto agricolo negli Stati Uniti su cui non è possibile speculare tramite futures. Se la tesi più diffusa fosse corretta, il prezzo delle cipolle dovrebbe essere più stabile di quello degli altri prodotti agricoli. È accaduto esattamente il contrario. Le statistiche mostrano oscillazioni violentissime: tra il 2006 e il 2007 i prezzi aumentarono di circa il quattrocento per cento; poco dopo crollarono di oltre il novanta per cento, per poi risalire di circa il trecento per cento nel giro di un solo mese. La lezione è semplice. Eliminare la speculazione non elimina la volatilità dei prezzi. A volte può perfino accentuarla. Forse, dunque, è arrivato il momento di smettere di trattare gli speculatori come gli untori di manzoniana memoria. I mercati non funzionano grazie alla loro assenza, ma anche, e spesso proprio, grazie alla loro presenza.

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