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02/03/2026
Gli squilibri europei non sono un incidente di percorso, ma una scelta politica
L’Alert Mechanism Report (ARM) 2026 della Commissione europea (CE) presenta un’Unione afflitta da squilibri persistenti, diffusi e tutt’altro che transitori. Non si tratta di

L’Alert Mechanism Report (ARM) 2026 della Commissione europea (CE) presenta un’Unione afflitta da squilibri persistenti, diffusi e tutt’altro che transitori. Non si tratta di problemi di natura congiunturale, ma di fragilità strutturali che il quadro di Governance economica europeo continua a registrare senza riuscire a correggere con efficacia. La contraddizione è evidente: mai come in questo momento l’Unione Europea (EU) dispone di strumenti di sorveglianza raffinati e di un’analisi quantitativa approfondita, eppure gli squilibri permangono una costante del suo funzionamento. Il caso più emblematico è quello del surplus esterno dell’Eurozona negli scambi commerciali, cresciuto ulteriormente nel 2024. Un surplus degli scambi commerciali che non rappresenta una forza, bensì una debolezza della domanda interna ed un'insufficienza degli investimenti. La riduzione degli investimenti, favorita dalla diminuzione dei prezzi energetici e da un contesto di incertezza, ha come contraltare un risparmio che non trova sbocchi produttivi. Siffatta dinamica penalizza la crescita europea nel suo complesso e alimenta squilibri tra Stati membri, rafforzando il ruolo di alcuni paesi come poli finanziari o sedi di multinazionali, mentre altri restano intrappolati in disavanzi commerciali cronici. Accanto agli squilibri esterni, l’AMR segnala un deterioramento diffuso della competitività di costo. L’aumento dei costi del lavoro per unità di prodotto (CLUP) oltre le soglie critiche in quasi tutti gli Stati membri non è il risultato di una dinamica salariale 'eccessiva', ma piuttosto il sintomo di una crescita della produttività troppo debole. In assenza di investimenti in capitale umano, innovazione e infrastrutture, gli aumenti salariali finiscono per tradursi in perdita di competitività, alimentando un circolo vizioso che colpisce soprattutto i paesi in ritardo di convergenza. A rendere la situazione ancora più complessa contribuisce l’andamento dei tassi di cambio effettivi reali. L’apprezzamento dell’euro e di molte valute europee nel 2024 ha inciso negativamente sulla competitività, soprattutto in quelle economie già esposte a pressioni sui costi. Anche in questo caso, emerge una fragilità sistemica: un’Unione Monetaria che fatica a compensare gli shock attraverso politiche fiscali e industriali comuni lascia ai singoli Stati margini di manovra sempre più ridotti. Il mercato immobiliare rappresenta forse la vulnerabilità più visibile e socialmente rilevante. L’aumento dei prezzi delle abitazioni, dopo la pausa del biennio precedente, si scontra con un’offerta rigidissima, frenata da anni di sottoinvestimenti e dal crollo dei permessi di costruzione. L’aumento dei prezzi oltre le soglie critiche in diversi paesi non è solo un problema macroeconomico, ma un fattore che incide direttamente sull’accesso alla casa, sulla mobilità del lavoro e, in ultima analisi, sulla coesione sociale. Non a caso la CE ha avviato un Piano europeo per l’accessibilità abitativa: un riconoscimento implicito che il mercato lasciato a séstesso, non è in grado di risolvere il problema. Sul fronte finanziario, invece, il quadro appare a prima vista rassicurante: famiglie meno indebitate, banche redditizie e ben capitalizzate. Ma anche qui l’AMR invita alla prudenza. Le imprese mostrano segnali di crescente vulnerabilità, avendo esaurito le riserve accumulate negli anni post-pandemici, mentre l’elevata esposizione delle banche al settore immobiliare e ai titoli sovrani resta un punto critico. A ciò si aggiungono rischi nuovi, come quelli informatici e legati alle criptovalute, che mettono alla prova un sistema di vigilanza ancora in fase di adattamento. In questo contesto, il caso dell’Italia appare in parte controcorrente. L’Italia è l’unico paese a presentare un solo squilibrio macroeconomicoquello del debito pubblico. Nel contempo, i dati mostrano dinamiche incoraggianti: riduzione del debito privato, calo della disoccupazione, assenza di squilibri immobiliari o di competitività secondo gli indicatori del tabellone segna punti europeodell’ARM. È una situazione che smentisce letture semplicistiche e suggerisce che la sostenibilità macroeconomica non può essere ridotta ad un unico indicatore: quello del debito pubblico. Le analisi approfondite che la Commissione pubblicherà entro quest'anno diranno poi se gli squilibri individuati sono in via di correzione o di aggravamento. Ma una conclusione è già chiara fin da adesso: senza un rafforzamento della domanda interna, un rilancio degli investimenti pubblici e privati ed una vera politica industriale europea, il mero monitoraggio degli squilibri rischia di restare un elegante esercizio diagnostico privo di conseguenze. L’UE insomma è a conoscenza dei problemi che l'affliggono; ciò che continua a mancare è la volontà politica di affrontarli alla radice.

 

 




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