Da anni economisti, sociologi, demografi e Governi si interrogano su un dato che non smette di creare allarme: nei Paesi ad elevato reddito si mettono al mondo sempre meno figli. A testimoniarlo se ce ne fosse bisogno è il tasso di fecondità che è sceso ben al di sotto della soglia di sostituzione (2.2) quasi in ogni dove. Le conseguenze di siffatta dinamica demografica sono note: i) invecchiamento della popolazione, ii) pressioni sugli equilibri del welfare, iii) tendenziale carenza di forza lavoro, e iv) rallentamento della crescita economica. Per molto tempo si è pensato che la spiegazione potesse essere semplice. I modelli economici tradizionali parlavano di un compromesso tra ‘quantità’ e ‘qualità’ dei figli: le famiglie più agiate investono di più su ciascun figlio e quindi sono portate a farne di meno. Oppure veniva chiamato in causa il costo-opportunità del tempo a disposizione delle donne: più le donne lavorano e hanno carriere qualificate, meno conviene loro mettere al mondo dei figli. Ma oggi queste chiavi di lettura non risultano più sufficienti per comprendere il problema della denatalità. Le evoluzioni recenti mostrano che il calo della fecondità non dipende soltanto da prezzi, salari o incentivi fiscali. Il cambiamento è più profondo: riguarda le priorità di vita. Il fenomeno centrale non è tanto che chi ha un figlio ne fa meno di prima. È che sempre più giovani adulti ritardano o rinunciano del tutto a divenire genitori. La denatalità è prima di tutto una questione d’ingresso mancato nella genitorialità. E questo accade in Paesi che mettono in campo politiche familiari molto diverse tra loro, segno che la ragione del cambiamento è di natura culturale oltre che economica. Oggi la genitorialità è una scelta tra le tante a disposizione: non più il passaggio quasi obbligato all’età adulta. Le opportunità di carriera sono più ampie, gli stili di vita più variegati, le esperienze di consumo e di autorealizzazione solo divenute più accessibili. Viaggi, crescita personale, relazioni sociali fluide, connessioni digitali: l’orizzonte delle possibilità si è ampliato enormemente. In questo contesto, avere un figlio non è più il centro attorno a cui organizzare la vita, ma una delle tante opzioni disponibili. Contemporaneamente, le aspettative sulla genitorialità sono divenute più esigenti. Essere ‘buoni genitori’ oggi significa dedicare tempo, risorse, energie emotive in misura molto maggiore rispetto al passato. Il lavoro, soprattutto nei segmenti più qualificati, richiede disponibilità continua. I ruoli di genere sono in trasformazione e spesso le aspettative che si generano tra uomini e donne tendono a divergere. Tutto ciò rende la scelta di avere figli più impegnativa e meno scontata. Fino al primo dopoguerra, quando gli attuali sistemi di welfare ancora non c’erano, i figli rappresentavano per i genitori il bastone della vecchiaia. Alcune indagini recenti [ben sintetizzate in (*)] mostrano che il numero ‘ideale’ di figli dichiarato non è crollato quanto il numero effettivo di nascite. Questo suggerisce che non siamo di fronte ad una scomparsa del desiderio di genitorialità, ma ad una crescente distanza tra desideri e scelte concrete. In altre parole, non è solo una questione di preferenze, ma di contesto sociale. Se questa lettura risulta corretta, allora le politiche tradizionali attivate dai Governi, dal bonus bebè, piccoli sgravi fiscali, ed incentivi temporanei: difficilmente potranno invertire la tendenza. Possono alleviare difficoltà economiche, ma non cambiano la traiettoria di vita di una generazione. La decisione di avere un figlio è un impegno permanente; un incentivo di breve periodo raramente sposta un orizzonte esistenziale. Questo non significa che le politiche sociali siano irrilevanti. Evidenzia, piuttosto, che l’asticella è piazzata più in alto. Rendere la genitorialità davvero compatibile con una vita adulta piena, e non percepita come alternativa ad essa, richiede trasformazioni profonde: nel mercato del lavoro, nell’organizzazione del tempo, nell’accesso alla casa, nella cultura delle imprese, nella distribuzione dei carichi familiari tra uomini e donne. La vera sfida non è convincere le persone ad avere più figli con un bonus in più. È costruire una società in cui avere figli non appaia come una rinuncia sproporzionata rispetto alle altre opportunità di vita. Finché la genitorialità verrà percepita come un percorso che restringe drasticamente le possibilità personali e professionali, la denatalità resterà la nuova normalità delle società avanzate. La domanda, allora, non è solo di natura demografica. È culturale: quale idea di vita adulta vogliamo promuovere? E siamo disposti a ripensare le nostre Istituzioni per renderla compatibile anche con il desiderio, ancora diffuso, di diventare genitori?
(*) Kearney M., P. Levine – Cohort changes in fertility patterns and the role of shifting priorities, Voxeu February 17, 2026