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10/02/2026
L’Italia che cresce, ma non abbastanza ...
L’economia italiana ha dimostrato nell'ultimo lustro una resilienza sulla quale in pochi avrebbero scommesso. Dopo due recessioni profonde (2008 e 2011), una pandemia da Covid-19 globale (2020) ed una crisi energetica senza precedenti (2022

L’economia italiana ha dimostrato nell'ultimo lustro una resilienza sulla quale in pochi avrebbero scommesso. Dopo due recessioni profonde (2008 e 2011), una pandemia da Covid-19 globale (2020) ed una crisi energetica senza precedenti (2022), il sistema produttivo italiano non solo ha tenuto botta, ma in molti settori si è anche rafforzato. Le imprese italiane in aggregato risultano oggi più capitalizzate, più redditizie e più agguerrite sui mercati internazionali. L’occupazione ha raggiunto livelli record, il sistema bancario è tornato ad essere solido e perfino il Mezzogiorno, storicamente anello mancante del Paese, ha mostrato una capacità di recupero sorprendente. Crescendo più del Centro-Nord. Eppure, dietro tutti questi segnali incoraggianti, restano nodi strutturali che devono essere ancora sciolti e che continuano a costituire una zavorra per il futuro del Belpaese. La crescita del Pil degli ultimi anni, sostenuta anche da una politica fiscale espansiva messa in campo dai Governi che si sono avvicendati, non basta a cancellare una trentina d'anni di ristagno della produttività. Insomma è questo il vero tallone d’Achille dell’economia italiana. Senza un aumento duraturo dell’efficienza e della capacità di innovazione, la crescita resta fragile e legata alla congiuntura, esposta agli shock esterni e incapace di tradursi in salari più elevati e prospettive migliori per le nuove generazioni. I numeri non mentono. Dal 2000 i salari reali in Italia sono rimasti sostanzialmente fermi, mentre in Germania (+ 21%) e in Francia (+ 14%) sono cresciuti a doppia cifra. Lo shock inflazionistico legato alla crisi energetica ha solo aggravato il problema: a fronte di un aumento dei prezzi del 20 per cento rispetto al 2019, le retribuzioni nominali sono cresciute molto meno (+12%). È vero che sgravi fiscali e aumento dell’occupazione hanno attenuato l’impatto sulle famiglie, ma si tratta di correttivi temporanei. Gli sgravi fiscali infatti hanno consentito di recuperare il 5% della perdita. Ma la politica fiscale da sola non può diventare il sostituto permanente della crescita dei salari. Il punto critico è che salari più alti non si ottengono per legge: si costruiscono nel tempo, attraverso gli investimenti, l'innovazione e la crescita della produttività. Ed è su questo terreno che l’Italia continua ad arrancare. La distanza dai paesi concorrenti rispetto alla frontiera tecnologica da raggiungere resta ampia ed il ritardo si riflette soprattutto sulle opportunità offerte alle donne ed ai giovani, ancora troppo spesso costretti a scegliere tra il dilemma della precarietà e dell'emigrazione. A rendere poi lo scenario ancora più complesso c’è il fattore demografico. Nei prossimi venticinque anni l’Italia perderà almeno 07 milioni di persone in età lavorativa. Anche ipotizzando un aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, le forze disponibili diminuiranno sensibilmente (si stimano almeno tre milioni in meno). Stando così le cose senza un deciso recupero della produttività, una variabile cruciale, siffatto squilibrio si tradurrà inevitabilmente in una riduzione del Pil e del benessere complessivo. La demografia, dunque, non è una variabile neutra. È un vincolo che impone scelte politiche chiare e coraggiose. Significa aumentare l’occupazione femminile e giovanile, governare in modo intelligente e regolare i flussi migratori, adattare il sistema economico ad una popolazione che invecchia. Ma significa anche affrontare senza reticenze il tema della natalità, che interroga il modello di società e di sviluppo che il Paese intende costruire in futuro. In questo scenario, come ci ha ricordato il Governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta, in un suo recente intervento, l’investimento in capitale umano diventa la leva decisiva. Università, scuola e formazione continua non sono capitoli di spesa accessori che non generano un ritorno elettorale immediato, ma infrastrutture strategiche da costruire. Senza competenze adeguate, la transizione tecnologica e quella demografica rischiano di trasformarsi da opportunità in fattori di declino. L’Italia ha dimostrato negli ultimi lustri di saper resistere alle crisi. Ora deve dimostrare di saper guardare oltre l’emergenza. La vera sfida non è tornare a crescere per qualche anno, ma costruire le condizioni perché la crescita sia duratura, inclusiva e capace di sostenere la crescita dei salari, il consolidamento del welfare e la coesione sociale in un Paese che cambia rapidamente e radicalmente. La resilienza finora dimostrata, da sola, non basta più. Serve una nuova visione per stare al passo coi tempi che stanno cambiando rapidamente. 




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