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04/02/2026
L’inflazione da conflitto
L’inflazione che ha colpito le economie avanzate dopo la pandemia e, successivamente, in seguito al conflitto russo-ucraino non è stata solo un fenomeno monetario (à la Friedman), né semplicemente il risultato di shock esterni
L’inflazione che ha colpito le economie avanzate dopo la pandemia e, successivamente, in seguito al conflitto russo-ucraino non è stata solo un fenomeno monetario (à la Friedman), né semplicemente il risultato di shock esterni come l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili. Sempre più chiaramente essa appare come una inflazione da conflitto, cioè il riflesso di una lotta distributiva tra gruppi sociali ed economici che cercano di difendere o accrescere la propria quota di reddito reale. È su questo terreno che si incontrano, con accenti diversi ma complementari, le analisi di tre economisti di diversa estrazione: il francese naturalizzato americano Olivier Blanchard e gli italiani Guido Lorenzoni e Ignazio Visco. In una serie di note pubblicate su X, Blanchard presenta l’inflazione come l’esito di un conflitto distributivo. L’economista francese ha riportato al centro del dibattito un’idea che sembrava appartenere agli anni ’70 del secolo breve: l’inflazione come risultato di incompatibilità tra le diverse rivendicazioni delle varie forme di reddito. Quando salari, profitti e rendite cercano simultaneamente di mantenere il proprio potere d’acquisto dopo uno shock negativo (come l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili), il sistema non riesce a ‘chiudere i conti’ senza un aumento dei prezzi. Nel suo ragionamento, l’inflazione non nasce perché i Banchieri Centrali sbagliano la politica monetaria, ma perché la somma delle pretese delle parti sociali supera il reddito disponibile, ovvero la ‘torta’ prodotta che deve essere redistribuita. Se le imprese aumentano i mark-up per difendere i margini di profitto, i lavoratori chiedono aumenti salariali per recuperare l’inflazione passata e lo Stato indicizza pensioni e trasferimenti, il risultato è una spirale prezzi-salari. La politica monetaria, in questo contesto, non risulta neutrale: il rialzo dei tassi di interesse praticato dai Banchieri Centrali significa forzare una soluzione del conflitto riducendo la domanda aggregata e, in ultima analisi, il potere contrattuale di qualcuno. Blanchard è esplicito: la disinflazione implica sempre una scelta distributiva, anche quando viene presentata come una necessità di stabilità monetaria. Guido Lorenzoni, nella sua narrazione dell’inflazione, la collega al mancato coordinamento tra gli attori in conflitto. Nella sua Lezione Federico Caffè 2025 sposta l’attenzione dal solo conflitto alla mancanza di coordinamento. L’inflazione recente è stata amplificata dal fatto che ciascun attore economico ha agito in modo razionale dal proprio punto di vista, ma collettivamente inefficiente. Le imprese hanno aumentato i prezzi ‘per sicurezza’, temendo futuri aumenti dei costi; i lavoratori hanno chiesto adeguamenti salariali anticipando ulteriori aumenti dei prezzi; i Governi hanno sostenuto redditi e domanda aggregata per evitare una recessione. Il punto chiave dell’analisi di Lorenzoni è che l’inflazione è anche un fenomeno narrativo: le aspettative si formano osservando ciò che fanno gli altri. Se l’idea che ‘tutti stanno aumentando i prezzi’ si diffonde, finisce per autorealizzarsi. In questo senso, l’inflazione da conflitto non è solo una lotta distributiva tra attori sociali, ma anche una crisi di fiducia e di coordinamento. Da qui la sua attenzione al ruolo delle istituzioni: servono politiche economiche credibili, una comunicazione chiara e strumenti in grado di controbilanciare gli shock senza innescare spirali prezzi-salari. Ignazio Visco, infine, da Governatore della Banca d’Italia, ha mantenuto una posizione più prudente ma non meno significativa. Nei suoi interventi ricorre l’idea che l’inflazione recente abbia avuto cause reali e straordinarie e che affrontarla esclusivamente con una stretta monetaria aggressiva rischi di produrre costi sociali elevati. Visco riconosce implicitamente la natura conflittuale dell’inflazione quando richiama la necessità di moderazione salariale e dei profitti, sottolineando che la difesa del potere d’acquisto deve essere compatibile con la stabilità macroeconomica. Ma, a differenza di una lettura puramente accademica, insiste sull’importanza di proteggere i redditi più vulnerabili e di evitare che l’aggiustamento ricada in modo sproporzionato sui lavoratori e sulle famiglie a basso reddito. Visco, insomma, sposa una visione istituzionale: il Banchiere Centrale non può sostituirsi al dialogo sociale e alla politica fiscale. Senza strumenti di compensazione mirata e senza un minimo di cooperazione tra le parti sociali, la lotta all’inflazione rischia di trasformarsi in una compressione generalizzata del welfare. Quale lezione comune possiamo trarre dalle analisi di Blanchard, Lorenzoni e Visco? I tre economisti, pur partendo da prospettive diverse, convergono su un punto cruciale: l’inflazione non è mai solo un fenomeno monetario. È il riflesso di shock reali, ma anche di rapporti di forza, aspettative e scelte collettive. Trattarla come un semplice problema di eccesso di moneta (à la Friedman) significa ignorarne la natura politica. L’inflazione da conflitto ci ricorda che ogni stabilizzazione dei prezzi implica una risposta alla domanda fondamentale: chi paga il costo dello shock inflazionistico? Se la risposta è lasciata esclusivamente al mercato ed ai tassi di interesse, la soluzione sarà inefficiente e socialmente regressiva. Se invece viene affrontata con strumenti di coordinamento, equità e realismo istituzionale, l’inflazione può essere domata senza lacerare il tessuto sociale. In questo senso, la lezione più attuale non è come ‘spegnere’ l’inflazione, ma come governare il conflitto che inevitabilmente essa porta con sé.

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