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28/01/2026
L’Europa alla prova della solidarietà: tra promessa fondativa e parola logora (*)
La solidarietà è una delle parole chiave del vocabolario europeo. È scritta nei Trattati, evocata nei Consigli straordinari, richiamata ogni volta che l’Unione europea si trova di fronte ad una crisi. Eppure, proprio oggi, mentre guerre,

La solidarietà è una delle parole chiave del vocabolario europeo. È scritta nei Trattati, evocata nei Consigli straordinari, richiamata ogni volta che l’Unione europea si trova di fronte ad una crisi. Eppure, proprio oggi, mentre guerre, emergenze climatiche, tensioni migratorie e fragilità economiche ridisegnano il volto del continente, quella parola sembra oscillare tra promessa fondativa e formula esausta, più pronunciata che praticata. Non è un caso. La solidarietà non è mai stata un concetto pacifico. Non è semplice cooperazione, né altruismo spontaneo. È, piuttosto, una forza ambivalente: tiene insieme responsabilità condivisa e conflitto, appartenenza e confine, inclusione e selezione. Ogni volta che una comunità politica viene messa sotto pressione, la solidarietà smette di essere un valore astratto e diventa una questione concreta: chi sostiene chi, a quali condizioni, e fino a che punto. L’Unione Europea (UE) è nata proprio per rispondere a questa domanda. Dopo le catastrofi del Novecento, il progetto europeo ha tentato di trasformare l’interdipendenza tra Stati in una relazione cooperativa, fondata non solo sul mercato, ma su un patrimonio di valori comuni. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni, l’asse si è progressivamente spostato: la solidarietà è stata spesso subordinata alla logica economica, condizionata da parametri finanziari (quelli di Maastricht in primis), tradotta in meccanismi tecnocratici. La crisi del debito sovrano ha segnato uno spartiacque. In quel frangente, la solidarietà europea ha assunto la forma di un aiuto vincolato, accompagnato da sorveglianza, austerità, stigma. Il debito è stato letto come colpa, alla tedesca, non come relazione; come fallimento morale, non come prodotto di un sistema interdipendente. Da allora, una frattura simbolica e politica attraversa l’Unione: tra Stati “frugali” e Stati “cicala”, tra creditori e debitori, tra Nord e Sud. Le crisi successive non hanno fatto che amplificare questa tensione. La gestione dei flussi migratori ha mostrato un’Europa incapace di condividere responsabilità fondamentali. La pandemia ha rappresentato, al contrario, un momento di possibile inversione di rotta: il 'Next Generation EU' ha segnato un esperimento inedito di mutualizzazione del rischio e di debito comune. Ma proprio quel passaggio ha rivelato quanto fragile sia il consenso intorno ad una solidarietà non meramente emergenziale. Oggi, mentre l’UE è chiamata a prendere posizione su conflitti armati, transizione ecologica, sicurezza energetica e nuove politiche industriali, la questione solidaristica riemerge con forza. Può esistere una solidarietà europea che non sia sempre reattiva, temporanea, condizionata? Può l’UE smettere di intendere la solidarietà come eccezione alla regola del mercato e riconoscerla come principio strutturante dell’ordine politico? Il nodo ha una natura profondamente politica. L’Europa contemporanea appare sospesa tra due modelli: I) da un lato un’Unione governata prevalentemente da logiche di concorrenza, coordinamento finanziario e interesse nazionale; II) dall’altro un’Unione che continua a dichiararsi comunità di destino, fondata su diritti, coesione sociale e responsabilità reciproca. Questa ambivalenza non è un accidente, ma il riflesso della natura stessa della solidarietà, che ammette cooperazione e inimicizia, unità e frattura. Eppure, proprio per questo, la solidarietà non può essere ridotta a parola di circostanza. In un contesto segnato da disuguaglianze crescenti, crisi climatiche e instabilità geopolitica, essa rappresenta una risorsa politica decisiva. Non come sentimento, ma come architettura istituzionale; non come retorica, ma come scelta normativa. Riscoprire la solidarietà europea significa, allora, interrogarsi sul suo significato profondo: sul rapporto tra debito e responsabilità, tra mercato e diritti sociali, tra sovranità nazionale e beni comuni. Significa chiedersi se l’Unione europea intenda restare un semplice spazio di coordinamento economico o se voglia tornare a essere un progetto politico capace di tenere insieme libertà, giustizia e coesione. La solidarietà non è mai garantita una volta per tutte. È una costruzione fragile, continuamente esposta alla crisi. Ma è proprio nelle crisi che l’Europa è chiamata a decidere, lo auspicava uno dei suoi padri fondatori (Jean Monnet), se quella parola resterà un simbolo vuoto o tornerà a essere il fondamento vivo del suo futuro.

(*) Tratto dalla minuta di una riunione del Dipartimento Europa Mcl coordinato da Piergiorgio Sciacqua

 




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