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26/01/2026
Il ruolo della comunitÃ
Nel dibattito economico di oggi emerge con sempre maggiore chiarezza la crisi di un modello basato esclusivamente sull’alternativa tra Stato e mercato.
Nel dibattito economico di oggi emerge con sempre maggiore chiarezza la crisi di un modello basato esclusivamente sull’alternativa tra Stato e mercato. L’aumento delle disuguaglianze, la crescente sfiducia nelle istituzioni, la diffusione del populismo e il senso di esclusione vissuto da molte persone segnalano i limiti di un’economia che trascura le relazioni sociali e la dimensione comunitaria. È in questo scenario che si collocano, pur partendo da prospettive diverse, due approcci interessanti: l’’Economia civile’, modernizzata da Luigino Bruni e Stefano Zamagni, e la teoria del ‘Terzo pilastro’ proposta da Raghuram G. Rajan. Entrambi condividono un’idea di fondo: per costruire un’economia più giusta e stabile è indispensabile valorizzare il ruolo delle comunità. L’economia civile affonda le sue radici nella tradizione dell’Illuminismo italiano e dell’umanesimo civile e mette al centro la persona, insieme alle relazioni che la legano agli altri. Secondo Bruni e Zamagni, il mercato non è uno spazio impersonale fatto solo di scambi e prezzi, ma un luogo in cui contano fiducia, cooperazione e reciprocità. Accanto allo scambio e alla redistribuzione, l’economia civile riconosce infatti la reciprocità come un principio economico fondamentale. In questa prospettiva, la comunità non è un semplice contesto passivo, ma un soggetto capace di creare valore economico e sociale. Un’idea simile si ritrova anche nel pensiero di Raghuram G. Rajan, già Governatore della Banca Centrale dell’India. Nel suo libro ‘The Third Pillar’, Rajan descrive la comunità come il ‘terzo pilastro’ dell’ordine sociale, accanto allo Stato e al mercato. Secondo l’economista indiano, la globalizzazione ed il progresso tecnologico hanno rafforzato Stato e mercato, ma hanno allo stesso tempo indebolito le comunità locali. Questo processo ha prodotto spaesamento, insicurezza e risentimento, contribuendo a molte delle crisi politiche ed economiche attuali. Un primo punto di contatto tra le due prospettive è dunque la critica alla contrapposizione rigida tra Stato e mercato. Bruni e Zamagni sostengono che il benessere collettivo non possa essere garantito solo dall’intervento pubblico o dall’iniziativa privata. Propongono invece un’economia ‘plurale’, in cui trovano spazio cooperative, imprese sociali, associazioni e altri corpi intermedi. Allo stesso modo, Rajan mostra come il confronto tra Stato e mercato lasci spesso insoddisfatti bisogni concreti delle persone, che possono essere affrontati efficacemente solo a livello comunitario. Un altro elemento centrale è l’importanza delle relazioni sociali e del capitale sociale. Nell’economia civile, le relazioni non sono un aspetto secondario, ma una vera risorsa: senza fiducia e cooperazione, anche i mercati più efficienti rischiano di funzionare male. Rajan arriva a conclusioni simili quando osserva che l’indebolimento dei legami comunitari alimenta la sfiducia verso le élite e le istituzioni democratiche, rendendo le società più fragili e divise. Anche il modo di concepire l’impresa rappresenta un punto di convergenza. Per l’economia civile, l’impresa è prima di tutto una comunità di persone, non solo una macchina per produrre profitti. Da qui l’attenzione verso modelli imprenditoriali orientati al bene comune. Rajan, dal canto suo, critica le grandi multinazionali poco radicate nei territori e sostiene la necessità di imprese più responsabili nei confronti delle comunità in cui operano. Infine, entrambe le visioni mettono in discussione un’idea di crescita economica basata solo sui numeri. Bruni e Zamagni parlano di ‘felicità pubblica’ e di sviluppo umano integrale; Rajan insiste su uno sviluppo più inclusivo, capace di rafforzare dignità, partecipazione e coesione sociale. In entrambi i casi, l’economia non è un fine, ma uno strumento al servizio delle persone. In conclusione, pur nascendo in contesti diversi, l’economia civile e la teoria del ‘terzo pilastro’ convergono su un punto fondamentale: senza comunità forti, né lo Stato né il mercato riescono a garantire benessere diffuso e stabilità sociale. La comunità non appare quindi come un residuo del passato, ma come una risorsa essenziale per affrontare le sfide economiche e sociali del presente.

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