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16/01/2019
Non 'aspettare Godot'
Si prenda consapevolezza della necessità di una linea politica che, senza aspettare il “Godot” di una crisi gialloverde, costruisca una alternativa in grado di riportare il dibattito politico del Paese alla realtà

I fatti dimostrano che la auspicata - da parte delle opposizioni - “rottura” tra Lega e 5 Stelle, si risolve inevitabilmente in una ricorrente “delusione”. Nell’ultima - per ora - circostanza, il “solfureo” Salvini, partito da Varsavia, tuonando contro l’’'accordo” di Conte per accogliere una parte dei migranti finalmente approdati a Malta, giunto a Roma, invece, ha palesemente convenuto, salvo innescare qualche “miccia” su reddito di cittadinanza (apertura alle categorie da proteggere) e TAV, chiedendo su quest’ opera pubblica un referendum. Avendo, però, a suo tempo, accettato quell’ ennesimo esame costi-benefici voluto dai 5 Stelle, l’esito negativo ne inficerebbe lo svolgimento. Anche in quest’ultimo caso, l’apparente efficace tatticismo del vice presidente del consiglio rischia un pericoloso naufragio, deludendo le aspettative di ceti produttivi e territori anche vicini alla Lega.

Si deve prendere atto che, pur non essendovi dubbio che esistano obbiettive differenze politiche all’interno della compagine governativa, tuttavia, al momento, le opportunità di potere e la ravvicinata prova elettorale di maggio fanno prevalere le ragioni della coesione.

Peraltro, le difficoltà economiche che si stagliano all’orizzonte europeo e la crisi della rappresentanza che coinvolge i partiti – la rivolta dei gilet gialli in Francia ne è un sintomo evidente - risultano come soffi di maestrale che, ancor, gonfiano le vele delle forze politiche definibili come “sovraniste”.

Occorre quindi che, per quanto riguarda l’Italia, si prenda consapevolezza della necessità di una linea politica che, senza aspettare il “Godot” di una crisi gialloverde, costruisca una alternativa in grado di riportare il dibattito politico del Paese alla realtà, dei suoi veri problemi e, soprattutto delle soluzioni adatte a ripristinare una capacità di sviluppo.

Non vi è dubbio che questo ritorno alla realtà debba partire dal rapporto con l’Europa e non solo per la scelta che ci attende a maggio. Questa si dimostra ormai come il luogo della misura e della compatibilità delle scelte politiche dei governi. Anche il velleitario esecutivo gialloverde ha dovuto constatare che la macrodimensione dell’economia, non solo con riferimento ai bilanci, e la questione immigrazione non sono affrontabili se non con accordi con i paesi europei o in ambito della Commissione. Per non parlare di politica estera, di sicurezza, di finanza, di commercio, di politiche sociali, di comunicazione ed altro che richiedono l’elaborazione di quadri programmatici e di politiche a misura europea.

E’ questo, a ben vedere, il vero punto debole delle forze politiche attualmente al governo in Italia. Esse non solo non fanno parte dei tradizionali partiti dell’Europa, ma i riferimenti verso i quali sembrano orientarsi, contengono al proprio interno diversità ed indirizzi disarticolati, sostanzialmente nazionalisti. Ne sono una evidente dimostrazione i giri a vuoto di Salvini, prigioniero di un rapporto speciale con il Front National e nei tentativi di sviluppare contatti ora con l’ungherese Orban, ora con Kaczynski a Varsavia. Il solo consenso nazionale non è sufficiente a incidere sulla politica europea. E’ il tempo di averne consapevolezza. Aldilà di proclamate “rivoluzioni”, la possibilità di intervenire per un realistico cambiamento ed una necessaria ripartenza del disegno politico unitario, richiederebbero, qualora si comprendesse l’inutilità di rifluire in una sterile e pericolosa dimensione nazionalista, un confronto serio con i soggetti politici che hanno assunto fino ad oggi la responsabilità di guidare le istituzioni europee.

Le forze politiche che in Italia fanno riferimento al PPE debbono affermare, oltre la polemica quotidiana e l’attesa di una possibile rottura della coalizione di governo, il decisivo valore dell’Europa come carta di tornasole della stessa politica italiana. Senza l’Europa non si va da nessuna parte.

Innanzitutto, come ha detto Elmar Brok, Presidente dei lavoratori cristiano democratici, nel recente congresso di Vienna, occorre una “Europa capace di agire”. Una Europa convinta di sé stessa e della sua missione complessiva.

Douglas Murray un commentatore politico britannico collaboratore di testate come il Sunday Times ed il Wall Street Journal, non credente, ricorda nel suo recente libro “The Strange death of Europe” l’affermazione di Kohl del 1996 secondo la quale “lo Stato nazione… non può risolvere i grandi problemi del XXI secolo” e che “una grande unione politica integrata era per il cancelliere tedesco così importante da essere di fatto ‘una questione di guerra e pace nel XXI secolo’”. Indica anche la via di uscita dall’attuale “spazio vuoto”: “recuperare le radici cristiane del nostro continente”.  Tutto ciò comporta anche un ineludibile senso politico.

 

Pietro Giubilo

Vice presidente Fondazione Italiana Europa Popolare 

 

  

 

 

 




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