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17/12/2016
La partecipazione alla vita politica è il fondamento della democrazia
Il desiderio di essere protagonista che il nostro popolo ha espresso recandosi in massa alle urne è il primo fattore da valorizzare per dare un nuovo slancio alla nostra vita politica e sociale.

Il Referendum costituzionale ha avuto un valore che è andato ben oltre il quesito in se stesso. In gioco c'era il futuro della carta costituzionale e persino qualche cosa di più. Quel qualcosa di più non era il destino di un governo, di questo o di quel personaggio politico, l'andamento dei mercati finanziari o i nostri rapporti internazionali, ma la vitalità della nostra società, del nostro paese. Ci siamo forse scordati troppo in fretta i bassissimi tassi di partecipazione alle ultime elezioni amministrative che confermavano il trend negativo delle recenti tornate elettorali. Un problema non da poco, sia perché la partecipazione alla vita politica - come a quella sociale - è il fondamento della democrazia, sia perché il nostro assetto istituzionale trova la sua giustificazione  proprio nel fatto che il nostro è sempre stato un Paese con un'elevata presenza di elettori alle urne. Il rischio era che in pochi andassero a votare a causa di un quesito complicato, in cui non c'era neppure bisogno del quorum, e dopo una campagna referendaria che nei mass media è stata lunga, brutta, e spesso malevola. Il rischio di scoprire di essere un popolo indifferente anche nei momenti più importanti della propria storia era grande, come grande era la tentazione di cedere alle sirene del qualunquismo che cantano di un'Italia senza speranza. La realtà ci ha detto ben altro. L'elevata partecipazione al Referendum costituzionale ha raccontato di un Paese che si è preso sul serio, che ha voluto pronunciarsi sul suo futuro, senza lasciarsi strappare da nessun circolo di ben pensanti il diritto e il dovere di essere protagonista. Grattando la superficie fatta di supponenza e del già saputo dei tanti maître à penser, chi si è impegnato sul territorio in questi mesi, promuovendo incontri per chiarire l'oggetto del Referendum, per confrontarsi sulle diverse posizioni o per presentare la propria, ha avuto modo di constatare il desiderio di partecipare, di capire, e ha avuto modo di incontrare tantissime persone. La partecipazione non c'è stata solamente il 4 dicembre, ma anche i mesi precedenti, a dimostrazione che il desiderio di essere protagonisti non è il frutto estemporaneo di un sentimento civico, ma è un percorso fatto di tante tappe. Altro pericolo era quello di ritrovarci con un Paese lacerato, diviso, com'è naturale che sia quando si deve dire sì o no a qualcosa. L'esito referendario ha raccontato di un Paese diviso, ma fino a un certo punto.

Il risultato, per molti versi eclatante, ha fotografato un Paese che in maniera compatta ha detto no alla riforma. Questo aspetto appare ancor più evidente andando a vedere i dati locali, in cui quando il sì ha prevalso lo ha fatto di poco, soprattutto in luoghi dove per storia politica e sociale si credeva che avrebbe prevalso con facilità - pur con l'importante eccezione di Milano, una città nettamente divisa tra centro e periferia. Non si citano i numeri per rivendicare un risultato, ma per capire da dove ripartire. Se il governo del paese sta ripartendo con un più o meno nuovo Governo, l'Italia ha bisogno di ben altro per ricominciare. Il desiderio di essere protagonista che il nostro popolo ha espresso recandosi in massa alle urne è il primo fattore da valorizzare per dare un nuovo slancio alla nostra vita politica e sociale. Continuiamo a ripeterci, giustamente, che siamo di fronte a un cambiamento d'epoca, eppure tendiamo a reagire come abbiamo sempre fatto di fronte alle crisi, delegando alla politica o all'economia il compito di trovare strade nuove. Invece, un cambiamento così radicale come quello che stiamo attraversando richiede di essere affrontato in ben altro modo, attraverso il coinvolgimento, la responsabilizzazione di tutti alla vita comune. Per farlo occorre svelenire il clima di questi giorni, superare la reciproca delegittimazione, gettare ponti e ritrovare le ragioni del vivere insieme. E poi occorre ripartire da impegni concreti, dalle ferite maggiori del nostro Paese, in particolare dal lavoro. Proprio il lavoro, che riveste un ruolo fondamentale nella nostra Costituzione, è il nodo cruciale, perché è al lavoro che fanno riferimento tutte le dimensioni del nostro vivere sociale. I problemi strutturali del lavoro, aggravati dalla persistente crisi che si è trasformata in vero e proprio declino, sono una responsabilità comune, senza questa consapevolezza non sarà possibile affrontare le sfide che ci attendendo. Forse, il risultato più importante del Referendum è stato quello di farci riscoprire la vitalità del nostro Paese a cui andrebbe accordata maggior fiducia.

Giovanni GUT

 

 




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