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14/11/2015
Il Paese non può ripartire senza i corpi intermedi
ma la legge di stabilitĂ  sembra prendere altre direzioni

La legge di stabilità di quest’anno è senza dubbio molto ambiziosa. Come ha sottolineato il sottosegretario del Ministero al Lavoro e alle Politiche Sociali Luigi Bobba, durante il Comitato editoriale di Vita, il rapporto tra deficit e PIL sarà del 2,2% per un aumento del PIL dell’1,6% e un valore espansivo di 11 miliardi di euro. Si tratta di obiettivi importanti, ma la strada per raggiungerli non è affatto chiara, poiché sia la riduzione della pressione fiscale che i tagli della spesa pubblica non sono ben definiti. La questione non è certo il tentativo di diminuire le tasse, che in un Paese come il nostro non solo deve essere visto positivamente ma come una vera e propria boccata di ossigeno, piuttosto quale sono i soggetti da favorire, o più propriamente da aiutare, e di conseguenza che visione vogliamo proporre.

L’abolizione dell’IMU sulla prima casa, se da un lato viene incontro alle famiglie, dall’altro non può essere un modo per privilegiare ulteriormente patrimoni considerevoli. Il punto cruciale è essere capaci di scegliere, di evitare la facile e demagogica via dei tagli o degli aiuti indiscriminati, ma di saperli calibrare secondo le esigenze dei più bisognosi. Una società come la nostra, così segnata dagli effetti combinati della crisi economica internazionale e della difficoltà a ripensarsi, ha bisogno di fiducia, di ripartire guardando alle tante situazioni di debolezza, di rimettere al centro il lavoro e con le sue fragilità, di scommettere sulle persone, sulle famiglie, sui corpi intermedi. Quanto emerge dalla legge di stabilità è segnato da molte ombre, perché sembra con una mano dare, e con l’altra (camuffata) togliere. L’esempio più semplice da fare è che se da una parte l’abolizione dell’IMU sulla prima casa viene incontro alle esigenze di tante famiglie, dall’altra i tagli dei fondi alle province, alle regioni non potranno non avere ricadute negative sulle prestazioni date ai cittadini.

Ma la questione fondamentale rimane sempre il lavoro. La decontribuzione dei contratti a tempo indeterminato prevista nel Jobs Act ha certo aiutato a stabilizzare molte situazioni, ma non ha portato ad un aumento del tasso di occupazione del nostro Paese. È un problema che non si può ignorare perché significa che sono ancora troppo poche le persone che partecipano al mondo del lavoro (in Italia lavora circa il 37% della popolazione), perché significa che non varia il numero di esclusi nel mondo del lavoro. Allora bisogna avere il coraggio di fare gli investimenti giusti in diversi ambiti (formazione, lavoro, welfare, piani industriali), per sbloccare questa situazione. In particolare, sarebbe opportuno mettere in gioco, anzi “sfruttare”, quella grande ricchezza che sono i corpi intermedi che rappresentano un vero e proprio vantaggio competitivo, guardato con non poca invidia all’estero (cosa della quale mai nessuno parla), del nostro Paese.

Invece, la legge di stabilità sembra prendere altre direzioni, come si evince dai tagli (ulteriori) previsti ai Caf e ai Patronati. È una situazione che tende a sminuire il ruolo che i corpi intermedi rivestono nella società, che tende a voler progressivamente eliminare, o perlomeno ridimensionare, tutto ciò che c’è tra i cittadini e lo Stato. Si tratta di una visione prettamente statalista - tipica sia delle ideologie liberali che di quelle marxiste - che fa fuori ogni parvenza di sussidiarietà e con essa la solidarietà ed il bene comune, poiché questi principi sono strettamente connessi. È proprio una simile visione ad essere il vero vincolo che può far morire di asfissia il nostro Paese, molto più che le richieste di Bruxelles. Non si può pensare di far ripartire il Paese senza il contributo dei corpi intermedi, senza puntare sulla partecipazione che è alla base della democrazia. È questa la grande sfida che abbiamo davanti e che si gioca nella legge di stabilità.

Giovanni GUT




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