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23/05/2019
Pronti alle urne
Ci vuole una sorta di chiamata alle armi per creare le condizioni per restituire all'Italia il posto che le spetta in Europa e nel mondo.

Manca pochissimo al voto per le elezioni europee e si ha sempre più la sensazione che il dibattito da una sorta di anatra zoppa che cerca di evitare un convitato di pietra e che nessuno può o vuole nominare.

Si parla ovviamente dell'euro non stiamo parlando di imprinting sovranista, ma soprattutto dai responsabili di area e studi (ndr, Mediobanca) che ha pubblicato una ricerca dedicata alla moneta unica sul trimestrale Nuova antologia.

Tale ricerca  registrerebbe  scientificamente gli effetti negativi che l'euro ha avuto dal 2009 in poi sull'economia italiana, cito: <>

La perdita è il riflesso dell’indebolimento della nostra maggiore forza competitiva, l’industria. Indebolimento che non dipende da bassa competitività: le nostre imprese beneficiano infatti da sempre dello spirito di iniziativa degli imprenditori sparsi nei territori e del vantaggio dei bassi livelli salariali rispetto a quelli vigenti nei principali Paesi nostri competitori (Germania in primis). In tale contesto la riforma del mercato del lavoro da un lato ha ridotto ancor più quei livelli (del che non v’era bisogno), dall’altro aumentando il precariato ha peggiorato le aspettative delle classi consumatrici.

Quello  che fa confortare nel lavoro presentato, sono le conclusioni molto simili a quelle  che spesso si leggono fra le righe della nostra rivista, a cui arriva lo studio oggettivo sugli effetti dell'Euro: il grande problema, ma come ripeto da molti anni è che non si può pretendere di legare economie che vanno a velocità differenti a un sistema di cambi fissi.

Non  è solo un'idea bislacca, si tratta di un meccanismo che sta stritolando il ceto dei lavoratori salariati e distruggendo la domanda interna, ci  si chiede come si possa pensare di ragionare veramente sul futuro dell'Unione se non si ha il coraggio di discutere apertamente di quel elefante che sta seduto nella stanza dell'Europa come se fosse un tabù.

Certo, non ci possiamo nascondere la realtà, l'Italia è un paese che da anni non fa le riforme indispensabili per ritrovare alti livelli di produttività e competitività, che sono il motore di una crescita robusti: l'unica chiave da verificare per risolvere tutti i problemi .

Con un'economia che cresce di più in modo duraturo, un sistema industriale dinamico ed efficiente che torni a creare occupazione in modo stabile, una pubblica amministrazione più moderna ringiovanita e digitalizzata, conti pubblici, soprattutto debito, sotto controllo, insomma con un Italia più convergente con il resto del mondo e capace di richiamare investimenti interni ed esterni, si recupererebbe non solo fiducia e ottimismo, ma anche le condizioni per poter redistribuire prosperità e benessere.

Non serve dimenticare che siamo un grande paese, la seconda manifattura d'Europa tuttora con molti punti di forza. Dobbiamo  semplicemente renderci conto che non si può più rimandare il momento del cambiamento della svolta mentale e culturale

Ci  vuole una sorta di chiamata alle armi per creare le condizioni per restituire all'Italia il posto che le spetta in Europa e nel mondo. Certamente  se l'Europa si decidesse di attuare politiche economiche davvero europee e abbattendo i troppi steccati  che oggi lo impediscono, le storie vere  e le nostre fatiche.  Non è escluso tuttavia che queste politiche europee cambino il dibattito che è aperto, le  elezioni arrivano e noi dobbiamo essere protagonisti.

«Votare significa prendersi la responsabilità di ribadire qual è il ruolo dell’Europa, sia per i Paesi membri sia sul piano globale. Votare significa avere a cuore il bene comune. Per questo il nostro appello ai cittadini è: andate a votare». Sono le dichiarazioni di  Jean-Claude Hollerich, l’arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea),  che non nasconde i timori per il futuro della “casa comune” dei popoli europei e  ribadisce che senza la libertà la nostra fede non esiste. Al contrario, i populismi non creano comunità libere, ma gruppi che ripetono gli stessi slogan, che generano nuove uniformità, che poi sono l’anticamera dei totalitarismi. Gli elettori hanno il dovere di chiedere di essere ascoltati senza però lasciarsi incantare da chi vuole distruggere anziché costruire.

L’MCL si appresta sempre più a .rivitalizzare nell’ambito del centro moderato una significativa presenza del mondo cattolico, che rappresenti un richiamo ai valori della nostra migliore tradizione europea  per consolidare sempre più  una barriera alle  insidiose alleanze di quanti stanno tentando di tessere in Europa, per evitare la condanna all’irrilevanza politica in campo internazionale.

Gilberto Minghetti

 

 




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