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08/02/2019
Non guardate la vita dal balcone
Solo una classe dirigente preparata e piena di valori può risollevare le sorti della società odierna

“Non guardate la vita dal balcone!”. Quante volte questa immagine di papa Francesco ha richiamato i cristiani all’importanza dell’impegno anche nell’ambito politico e al servizio del bene comune? Tantissime e per giunta sempre più frequenti.

Uscire dal proprio privato e partecipare alla vita della “piazza” per collaborare alla costruzione della casa comune è compito di ogni fede autentica che non è mai comoda né individualista.

Come i suoi predecessori, il Pontefice ha spesso segnalato l’urgenza della buona politica: non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza delle frazioni, delle ideologie o dei centri di interessi, o addirittura preda della corruzione; ma della buona politica, che è, cioè, capace di includere, che sa essere coraggiosa e prudente allo stesso tempo, responsabile, collaborativa, disposta anche a lasciare le sue buone idee, senza abbandonarle, per metterle in discussione con tutti nella ricerca del bene comune. La politica, meglio: la buona politica – come ricorda il Santo Padre – è annoverata tra le più alte forme di carità dalla Dottrina Sociale della Chiesa.

Questa istanza è avvertita come un’urgenza in questo nostro tempo.

È, infatti, sufficiente e necessario riflettere sul contesto storico attuale e da tale prospettiva interrogarsi sull’utilità dei cattolici nella vita pubblica.

Vengono subito, immediatamente alla mente le caratteristiche peculiari di alcune democrazie contemporanee: la crisi dei partiti e di alcuni altri soggetti di intermediazione politica, lo sbiadirsi delle contrapposizioni tra destra e sinistra e la comparsa di nuovi antagonismi, la frattura tra popolo ed elite, nonché tra società civile ed istituzioni, le trasformazioni delle modalità di comunicazione che stanno incidendo profondamente sullo schema di partecipazione alla discussione pubblica e sulla formazione del consenso.

Questo è il contesto dell’oggi: molte delle democrazie liberali occidentali sembrano muoversi irrimediabilmente, verso un’ala populista e già solo per questo sembra più che mai urgente un apporto alla vita pubblica da parte dei cattolici che non possono rimanere indifferenti di fronte a questa deriva.

L’apporto dei cattolici alla politica italiana è di antica memoria, fin dall’epoca della fondazione della Repubblica, per passare, poi, all’ingente contributo dei politici democristiani ai lavori dell’Assemblea Costituente. Il seguito è storia

nota: l’esperienza della Democrazia Cristiana, il partito politico di riferimento naturale dei credenti per oltre quarant’anni, è tramontata da tempo.

La società nel frattempo si è profondamente trasformata, sotto la spinta della secolarizzazione, della laicizzazione dei costumi e del pluralismo culturale.

I cattolici che intendono vivere la vita pubblica avendo ben presente la loro identità non sono più la massa, ma sono ugualmente chiamati ad essere quel “lievito” di evangelica memoria che senza clamore, trasforma.

Sebbene non sia più pensabile un partito unico di cattolici, i credenti sono comunque chiamati a contribuire alla vita pubblica. Dopo aver dominato la scena per molti decenni, ora sicuramente i cattolici sono una minoranza ma ciò non è una condanna o un alibi che costringe il credente a ritirarsi in ambiti privati, ma una spinta ad uscire dalle forme note, alla ricerca di nuove modalità di presenza, adeguate ai tempi ed al contesto. Perché una “minoranza” può essere, comunque, creativa, costruttiva e vitale.

Naturalmente in queste riflessioni, è bene chiarirlo, non c’ è alcuna nostalgia per l’unità dei cattolici nell’ambito di un’unica formazione partitica. Né tantomeno i continui richiami del Vaticano all’impegno dei cattolici in politica nasconde la volontà di ingerenza della Chiesa in politica: dal Concilio Vaticano II in poi si è infatti, recuperato lo spirito delle origini del cristianesimo, il quale, sulla scia della massima evangelica “Date a Cesare quello che è di Cesare” aveva introdotto un’alterità e una complementarità tra ordine spirituale e ordine temporale sconosciuta al mondo pagano.

Quella adamantina chiarezza delle origini si era poi offuscata nel corso della storia a partire dall’Editto di Tessalonica del 380, con Teodosio, ma quei tempi sono bel lontani.

La modernità, però, innescando un processo di laicizzazione dei costumi e della cultura dominante è tornata ad interrogare la Chiesa su rapporto con “la città dell’uomo”.

La necessità di una classe dirigente preparata e ricca di valori non può non essere avvertita anche dal Vaticano, visti gli sviluppi sempre più preoccupanti della politica moderna.

I credenti in politica sono chiamati a contribuire al cambiamento del mondo lavorando sempre in modo concreto e sincero, realistico, paziente, ma soprattutto umano.

La politica non basta a se stessa. E l’assolutizzazione del politico porta con sé un manicheismo lacerante e nocivo per la convivenza sociale.

Sta quindi, ai cattolici, ricondurre la politica al centro, inteso più che a una specifica collocazione dei credenti nell’agone politico, a un’attitudine graduale, compositiva, incompiuta, riconciliativa, temperata e mai estrema.

Il centro inteso come luogo di intersezione, dialogo, mediazione, convergenza, relazione, incontro.

Un luogo che sorge da un rapporto con l’altro valorizzato sempre come bene, piuttosto che come ostacolo, per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune.

Come dice papa Francesco, in totale sintonia con l’allora card Ratzinger che nel 1981, in un’omelia, affermava: “Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Oggi, come sempre, si può costruire solo tendo presente che in un’azione il soggetto è sempre plurale.

Solo così supereremo questa fase decadente. È l’ora del coraggio.

Fausta Tinari

 




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