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07/02/2019
Venezuela vicina alla guerra civile?
Donald Trump si è detto disposto a vagliare qualsiasi opzione per garantire un percorso democratico in Venezuela ventilando anche la possibilità di un intervento militare.

È inaspettatamente esplosa la tensione in Venezuela.

Infatti, il presidente dell’Assemblea nazionale, Juan Guaidó, si è autoproclamato presidente “protempore” del paese alla conclusione di una marcia per le strade di Caracas sfidando apertamente il suo “avversario” Nicholas Maduro.

Orbene, la risposta governativa non si è fatta attendere, tanto è vero che Maduro, dopo aver chiamato a raccolta i suoi sostenitori, ha accusato Guaidó di essere la marionetta degli Stati Uniti e ha chiamata il popolo venezuelano alla resistenza.

Dopo una giornata di scontri, che hanno già lasciato sul campo più di otto morti e centinaia di arrestati, il Venezuela si trova sul baratro della guerra civile.

Sulla questione si è pronunciato il Presidente degli Stati Uniti.

In particolare, Donald Trump si è detto disposto a vagliare qualsiasi opzione per garantire un percorso democratico in Venezuela ventilando anche la possibilità di un intervento militare.

Ciò posto, non solo vi è stato l’immediato appoggio americano a Guaidó, ma anche la maggioranza dei governi della regione sud americana ha riconosciuto il nuovo presidente, ciò non può che denotare una forte rottura nel Paese che potrebbe incentivare una transizione democratica.

Del resto, non bisogna tralasciare che rispetto a qualche anno fa, lo scenario macro-politico del sud America è radicalmente mutato trascinando il governo di Maduro in un crescente isolazionismo.

La recente vittoria di Jair Bolsonaro in Brasile è solo l’ultimo evento che testimonia un’inversione di tendenza nella regione con la fine del ciclo di governi di sinistra nella regione.

Infatti, attualmente i governi dei paesi più influenti dell’area, tra cui Argentina, Colombia e Brasile, sono guidati da governi ideologicamente lontani da Maduro.

Ed è proprio il mutamento del contesto geopolitico regionale che rende questo scontro istituzionale qualitativamente differente rispetto a qualche tempo fa, quando le opposizioni furono duramente represse dalle forze governative e la risposta internazionale non fu così decisa.

Ulteriore fattore critico che gioca a svantaggio di Maduro è il continuo peggioramento delle condizioni economiche del paese. Infatti, tra il 2014 e il 2017, il Pil del paese si è contratto del 30 per cento, mentre l’inflazione sta raggiungendo cifre che superano il milione percentuale.

La questione risulta molto complicata anche dal punto di vista militare.

Invero, secondo fonti giornalistiche, ci sono stati circa 172 diserzioni tra i militari venezuelani, un numero in netta crescita rispetto al 2017 ma che, tuttavia, ancora non testimonia uno scollamento rilevante tra gli alti ufficiali e il governo di Maduro.

Poco tempo fa è stata diffusa la notizia che un gruppo di militari, successivamente arrestati, avrebbe attaccato una caserma della Guardia Nazionale a Caracas rivolgendo poi un appello alla rivolta sui social networks.

Tuttavia, nonostante la risonanza mediatica dell’accaduto, sembra fossero coinvolti solo ufficiali di basso rango la cui azione non dovrebbe far presagire una presa di posizione netta delle forze militari contro Maduro.

Ciò assume forte rilevanza se si pensa che fin dalla presidenza Chávez, il rapporto tra governo e alte gerarchie militari è sempre stato molto stretto e sotto Maduro il ruolo degli alti funzionari militari all’interno della macchina governativa si è ulteriormente rafforzato con il conferimento di posizioni di rilievo nelle aziende statali, nel governo e nei programmi sociali pubblici.

Pertanto, gli Stati Uniti e le opposizioni antigovernative sono consapevoli che senza l’appoggio delle forze militari sovvertire Maduro potrebbe essere difficile se non impossibile.

Tuttavia, sebbene il ministro della Difesa Lopez abbia garantito la fedeltà dell’esercito al governo di Maduro, ma Guaidó ha cercato di guadagnarsi il loro supporto garantendone l’immunità, non solo,ma anche il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha esortato i militari venezuelani a unirsi alla rivolta contro Maduro.

Si può affermare che, con ciò che sta accadendo in questi giorni in Venezuela, il potere autoritario di Maduro è per la prima volta sotto pressione.

Nonostante le riflessioni di cui sopra, c’è comunque da precisare che Juan Guaidò non cerca lo scontro, ma anzi si auspica che Nicolas Maduro lasci presto il potere, lo stesso Guaidò ha dichiarato che qualora Maduro lasciasse la sua posizione pacificamente, si potrebbe ricominciare la ricostruzione, organizzare elezioni libere e portare investitori stranieri.

Intanto, dal punto di vista internazionale, attualmente pare che 19 Paesi dell’Unione Europea appoggino Guaidò, infatti gli stessi hanno adottato una dichiarazione congiunta con la quale riconoscono Juan Guaidò come presidente ad interim del Venezuela. L'annuncio lo ha fatto il ministero degli Esteri francese, ma l’Italia si è astenuta dal firmare tale dichiarazione.

Non si è fatta attendere, a tal proposito, la risposta del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, il quale non si spiega questa bocciatura da parte del nostro Paese, dato che sarebbe illogico che l’Italia si schieri con la Turchia, Cuba e la Cina che hanno interessi particolari, diversi da quelli dell'Unione europea.

In Italia, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, pare che sia, inece, a favore di Guaidò e contro Maduro, definendolo un fuorilegge, in quanto, la Costituzione venezuelana, prevede che le elezioni vengano accompagnate dal presidente pro tempore, che è il presidente dell'Assemblea Guaidò.

Anche la Chiesa non si è fatta attendere e ha dato il suo contributo a questa situazione così delicata degli ultimi giorni.

Il Papa, infatti, ha confermato la disponibilità della Santa Sede ad avere un ruolo da mediatore in un'eventuale trattativa tra governo e opposizione in Venezuela, purchè vi sia la volontà da entrambe le parti.

A seguito di questa breve disamina, appare spontaneo chiedersi: chi è con Maduro e chi con Guaidò?

Ebbene, l'appoggio a Guaidò arriva da diciannove Paesi dell'Ue: Sono Germania, Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Spagna, Estonia, Finlandia, Francia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Regno unito e Svezia. Inoltre il Parlamento europeo ha riconosciuto l'oppositore di Maduro il 31 gennaio.

Gli Stati Uniti, tra i primi a rompere con il regime di Maduro, il 23 gennaio.

In favore di Guaidò anche Canada, Australia, Israele, Georgia e Islanda. In Sudamerica: Brasile, Colombia, Argentina, Cile, Costa rica, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay.

Tuttavia, vi è anche chi sta nel mezzo, ne con il presidente in carica e ne con quello autonominatosi, qui troviamo l'Italia, che ha fatto appello a nuove elezioni presidenziali, non riconoscendo l'elezione di Maduro, ma nemmeno l’auto proclamazione di Guaidò.

La Grecia si è comportata in maniera simile: sostiene nuove elezioni presidenziali, ma non riconosce Guaidò come presidente ad interim. Idem la Norvegia. E Antonio Guterres, segretario generale dell'Onu, ha offerto aiuto "a trovare una soluzione politica".

Ed invece, chi sta con Maduro? Pare che attualmente il più importante è l'appoggio della Russia, che ha espresso "sostegno alle autorità legittime del Venezuela", denunciando le ingerenze esterne. La Cina è sulla stessa linea, poi ci sono Cuba, la Corea del Nord, la Bolivia e la Turchia.

In conclusione, la situazione è estremamente delicata e da ciò possono rompersi i precari equilibri mondiali. Non si tratta solo di America del Sud o degli stati Uniti, ma di tutto il mondo.

E’ sicuramente un periodo di grande agitazione, non rimane che aspettare le prossime mosse dei Presidenti e dei Paesi.

Michele Cutolo

 




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